Mélenchon sa di non avere chance per l’Eliseo ma fa opposizione: qui la scena a sinistra è grottesca
di Francesco Maiello
Sono convinto che la salvezza della Francia oggi sarebbe una vittoria impossibile: quella di Dominique de Villepin e della sua France Humaniste. Ciò detto, analizzare rapidamente il comportamento e le scelte di Jean-Luc Mélenchon può essere utile anche per capire cosa sta succedendo o forse è già successo in Italia.
A chi si ostina a dare dell’estremista a questo leader politico, sfugge non solo quale sia la posta in gioco, ma persino la natura del momento attuale e la funzione di una opposizione.
Mélenchon è uomo colto (rispetto ai politici italiani sembra un cattedratico del Collège de France), abile oratore, semplificatore nel senso più nobile del termine, di sicuro non è un idiota e sa benissimo di non avere alcuna possibilità di andare all’Eliseo. Tutti i sondaggi che lo vedono sfidare i neofascisti della Le Pen lo danno perdente in un modo che forse potrebbe essere definito indecoroso. Se qualcuno pensa che con l’appoggio alle rivolte studentesche Mélenchon conti di guadagnare consensi fino al punto da poter contendere la presidenza non ha letto i sondaggi. Dunque cosa fa Monsieur Jean-Luc Mélenchon?
Alla luce di quello che succede in Italia la risposta può apparire sconcertante: Mélenchon fa politica. Fa politica quando appoggia gli studenti e trova indegno che degli agenti travestiti da robot inseguano e picchino dei quattordicenni, fa politica quando parla della Francia creola, fa politica quando in diretta tv faccia a faccia con il poliziotto Yannick Landurain, maggiore della BAC (Brigade Anti-Criminalité), dopo aver elencato i morti dovuti a interventi della polizia, urla (sì, urla): “Se sarò eletto, pretenderò obbedienza e tutti i poliziotti che si sono comportati male saranno espulsi” (qualcuno riesce a immaginare la Schlein pronunciare le parole di Mélenchon dopo gli scontri di Pisa del 22 febbraio 2024?).
Ci sono momenti della storia che per poterli interpretare, più che di economisti e politologi, il sapere avrebbe bisogno di studiosi delle mentalità o di sociologi della conoscenza. Fino alla fine degli anni Settanta tutti (anche coloro che erano ostili all’ipotesi) pensavano che il rinnovamento non sarebbe potuto avvenire che da sinistra. Nonostante Brigate rosse, nonostante gruppi extraparlamentari alcuni dei quali violenti, a ogni tornata elettore la sinistra avanzava. Oggi così non è, l’aria è diversa e Mélenchon lo sa benissimo. Che fare se non tenere accesa la spia dell’opposizione lavorando per far giungere a maturazione tempi migliori?
Questo è il compito di qualsiasi opposizione nel rapporto con qualsiasi potere. È alla luce di un lento lavorio, paziente e continuo, che la destra si è fatta largo in Italia, certo non senza il continuo contributo di una sinistra bravissima nello smantellare tutto ciò che l’aveva resa forte sia a livello politico, sia a livello economico, sia a livello culturale (leggi la dominanza di ex Dc, leggi art, 18, leggi woke). A chi non condivide idee e principi dell’estrema destra al potere, questo stato di cose può apparire una disgrazia, ma i fatti sono questi. In Italia, la sinistra ha messo in atto un lento e paziente lavorio finalizzato alla propria evaporazione.
Una opposizione che evita lo scontro non esiste. Non può esistere. In particolare quando la ricerca dello scontro è messa in opera dal governo. La scena che deriva ha del grottesco: ad una destra che secondo i suoi detrattori starebbe riducendo gli spazi di libertà, starebbe portando a una precarizzazione di massa, ad una incertezza crescente sul piano della sicurezza, a una situazione della sanità da terzo mondo, ad una situazione dei trasporti che somiglia al Go West dei fratelli Marx, in sostanza a fronte di un paese allo sbando in una situazione che in altri tempi avrebbe condotto la società a una condizione preinsurrezionale, un partito di centro che si pretende di sinistra non riesce a fare altro che chiedere alla premier di venire a riferire in Parlamento. E tutto questo perché, quanto all’opposizione sociale, sono più di trent’anni che la sinistra si è data da fare per tagliare il ramo su cui era seduta, sempre alla luce di no al contrasto, no allo scontro, no alla rottura – come se non fosse questo il compito di una opposizione.
La collaborazione alla creazione di un’aria per cui se uno vuole una casa o non vuole essere aggredito di notte o vuole i figli in una scuola pulita è un estremista è stata assidua e totale. Si è troppo impegnati a creare un campo largo, tanto largo da rendere impossibile all’elettore capire di cosa si tratti.
Concludo ricordando a coloro che potrebbero sorridere circa il mio endorsement di apertura a de Villepin che l’ex ministro di Chirac ha mostrato grande comprensione per i giovani e ha criticato l’impiego della polizia. Ma con l’aria che tira nel nostro paese si potrà dire che il vecchio e raffinato Dominique è diventato un estremista di sinistra.
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