Ingegnere informatico in Francia. “In Italia tanto lavoro e male organizzato. Tornerei se ci fossero più soldi e rispetto”
Giampaolo Capelli, 46 anni, vive ad Antibes, nel sud della Francia, a pochi chilometri da Nizza e ancora più vicino al confine italiano. Abita a circa 300 metri dal mare e lavora in un grande polo tecnologico della Costa Azzurra. La distanza da Bologna, però, non si misura in chilometri. È quella di chi dopo quattordici anni all’estero ha costruito una vita altrove, pur continuando a pensare alla città in cui è nato. “Sinceramente mi piacerebbe tornare a Bologna”, ammette a ilfattoquotidiano.it. Ma non per il lavoro. “Prima di tutto penso che invecchiando sia naturale avere desiderio di tornare alle proprie origini, al luogo dove si è nati”. Per il resto, invece, la strada del ritorno sembra ancora lontana.
Giampaolo, ingegnere informatico laureato a Bologna nel 2005, ha lavorato per sette anni in Italia prima di trasferirsi in Francia nel 2012. Non c’è stato un singolo episodio a fargli preparare le valigie. Piuttosto, la voglia di provare un’esperienza diversa e alcune esperienze professionali che gli hanno lasciato più di una perplessità. Tra queste quella in una struttura del consorzio interuniversitario, dove dice di aver assistito a situazioni “al limite della legalità“, con aziende riconducibili a familiari di dirigenti che ricevevano commesse pubbliche o semipubbliche.
“Non ho avuto un episodio scioccante che mi ha fatto dire basta”, precisa. Il problema, però, era più ampio e riguardava soprattutto il modo in cui veniva considerato chi lavorava sul piano tecnico. È qui che, secondo Giampaolo, passa una delle differenze più evidenti tra Italia e Francia. “In Italia tutti hanno voglia di uscire dal tecnico”, spiega. Sviluppatore, programmatore, ingegnere: se si resta a fare quel lavoro, sostiene, “si tira solo avanti”. Per migliorare lo stipendio e la posizione bisogna diventare responsabile, team leader, dirigente. “Per guadagnare bisogna uscire dal tecnico”.
In Francia ha invece incontrato un sistema nel quale il professionista tecnico può mantenere il proprio ruolo senza essere considerato una figura di serie B. Nella sua azienda molti vengono assunti con la qualifica di “quadro”, una definizione che secondo lui “culturalmente porta anche un maggior rispetto”. Non è soltanto una questione di denaro: è il riconoscimento del valore di chi fa, non soltanto di chi decide. La differenza l’ha sperimentata anche nei ritmi di lavoro. Prima di partire aveva lavorato in aziende importanti, dove ricorda giornate in cui era normale restare in ufficio fino a tarda sera. “Eravamo in pochi, avevamo tantissimo lavoro e mal organizzato”. Anche la pausa pranzo diventava una corsa: “Se avevamo tempo attraversavamo la strada, compravamo un panino e tornavamo indietro”.
In Francia, racconta, la pausa tra le 12 e le 14 può significare andare al ristorante senza vivere quelle ore con la sensazione di essere sempre connessi al lavoro. E per chi ha una famiglia il tema diventa ancora più centrale. Giampaolo si è sposato in Francia e lì sono cresciuti i suoi figli. Ha conosciuto la CAF, il sistema di sostegno alle famiglie, e l’assistente materna, una soluzione alternativa al nido che gli ha permesso di organizzarsi quando non c’era posto per il suo primo figlio. Per alcuni mesi, quando lavorava a Nizza, lo lasciava all’assistente, andava in ufficio e lo recuperava la sera. Pagava tra 800 e 900 euro al mese, ma “lo Stato mi restituiva più della metà”.
Non significa che in Francia tutto funzioni perfettamente, precisa. Ma per una famiglia che lavora, dice, esistono strumenti che rendono la vita più gestibile. Eppure la Francia non ha cancellato la nostalgia. Giampaolo continua a sentire Bologna, gli amici, la madre, quella familiarità che il tempo all’estero non riesce a sostituire. “Le persone qui sono un po’ più fredde”, osserva, anche perché nella zona in cui vive c’è un continuo via vai di persone che arrivano e ripartono. Lui stesso, però, riconosce di essersi integrato bene. Ha lavorato prima in una realtà internazionale dove la lingua ufficiale era l’inglese ed “eravamo tutti stranieri”, poi in un’azienda francese dove è uno dei pochi italiani. “Almeno tra quelli che hanno fatto degli studi, gli italiani sono ben visti”, racconta. Nessuna discriminazione percepita, anzi: la sua esperienza e la conoscenza delle lingue sono considerate un valore.
Tornare in Italia, allora, cosa richiederebbe? La risposta è netta: “Più soldi e più rispetto”. Stipendi capaci di consentire una vita dignitosa e una cultura del lavoro che smetta di premiare soltanto chi gestisce e non chi il lavoro lo fa. Giampaolo non crede però di essere il classico “cervello in fuga”. La definizione non gli appartiene. “Io mi sento uno che ha provato un’opportunità, ma non un cervello in fuga”. Per lui la formula descrive meglio chi ha studiato e non riesce a spendere adeguatamente il proprio titolo in Italia. Una distinzione che dice molto anche della sua storia: non è scappato da Bologna. Ha semplicemente trovato altrove la possibilità di fare il lavoro per cui aveva studiato, senza dover smettere di essere un tecnico per poter vivere dignitosamente.
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