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Saturday, August 15, 2026

Perché nuotando nel fiume Acheronte ho pensato non alla morte, ma alla vita

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Perché nuotando nel fiume Acheronte ho pensato non alla morte, ma alla vita

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Sono entrata nell’Acheronte e la prima cosa che ho pensato non è stata alla morte; sì, ho pensato alla vita.

È un piccolo paradosso, considerando il luogo. Siamo in Epiro, nella Grecia nord-occidentale, e davanti a me scorre uno dei fiumi sui quali l’Occidente ha costruito il proprio immaginario dell’aldilà. Per gli antichi era una soglia tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Omero lo colloca nel paesaggio dell’Ade; poco distante da queste acque la tradizione ha situato il Nekromanteion, il luogo nel quale gli uomini cercavano un contatto con i defunti.

Secoli dopo, Dante ritrova l’Acheronte all’ingresso dell’Inferno. Caronte lo riconosce subito tra le anime: “E tu che se’ costì, anima viva”. Un vivo nel territorio dei morti.

È questa l’immagine che mi interessa, perché da molti anni mi occupo di morte, lutto e Death Education e continuo a incontrare lo stesso equivoco: pensiamo che parlare della morte significhi sottrarre qualcosa alla vita, ma è vero il contrario. La consapevolezza della morte ci restituisce il senso della misura e, in un tempo che ci vorrebbe eternamente giovani, efficienti e performanti, ricordarci che siamo esseri finiti è diventato quasi sovversivo.

Ebbene, nell’Acheronte questa idea smette di essere teorica.

L’acqua è gelida, ma entro lentamente. Sento le pietre sotto i piedi, mentre il corpo pretende tutta la mia attenzione. Non posso camminare distrattamente: ogni passo mi obbliga a essere presente e mi accorgo che sto straordinariamente bene.

Certo, ci sono il freddo, la corrente e il movimento dell’acqua che a tratti si alza e devo nuotare per forza, ci sono poi le rocce del canyon, il rumore del fiume, gli alberi e la luce. Ma noi non attraversiamo mai un paesaggio soltanto con il corpo. Lo attraversiamo anche con ciò che sappiamo, ricordiamo, temiamo e desideriamo.

So di essere nell’Acheronte. So che per secoli uomini e donne hanno immaginato qui il confine oltre il quale continuavano a esistere i loro morti e penso che, nonostante tutta la nostra tecnologia, siamo meno lontani da loro di quanto crediamo.

Quando muore qualcuno continuiamo a cercarlo. Conserviamo una fotografia, un messaggio vocale, un vestito, prepariamo una ricetta, torniamo in un luogo. Qualcuno continua a parlare con chi non c’è più. Gli studi contemporanei sul lutto chiamano “continuing bonds” quei legami che non devono necessariamente essere recisi dalla morte, ma possono trasformarsi e trovare nuova collocazione nella vita di chi resta.

Gli antichi non conoscevano questa espressione. Avevano però costruito luoghi nei quali i vivi potessero continuare simbolicamente a interrogare i morti. E allora mi domando se, eliminando progressivamente la morte dai nostri spazi quotidiani, non abbiamo eliminato anche alcuni luoghi nei quali imparare a pensarla.

Il lutto, del resto, non consiste nel tornare quelli che eravamo prima. Quel “prima” non esiste più. E non significa nemmeno dimenticare o raggiungere quella parola così abusata che è “chiusura”. Significa imparare ad abitare una vita diversa, nella quale l’assenza trova un posto.

L’Acheronte smette così di essere soltanto il fiume che separa, perché sa mettere in relazione. Ed è qui che l’educazione alla morte diventa educazione alla vita, per sottrarci all’illusione più pericolosa: quella di avere sempre tempo.

Rimandiamo una telefonata, un abbraccio, una riconciliazione, una scelta. Viviamo come se il tempo fosse una risorsa rinnovabile. Non lo è. Per questo torno spesso a un pensiero che considero essenziale: bisogna farsi trovare vivi dalla morte, esserci mentre la vita accade. Vivere pienamente le relazioni, accettare la vulnerabilità, dire ciò che abbiamo bisogno di dire.

Sono entrata nel fiume dei morti e mi sono sentita intensamente viva.
Non è un paradosso. L’Acheronte quel giorno era terribilmente freddo. Ma io ero viva e lo sapevo.

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