Tumore al seno, campi magnetici per attivare il sistema immunitario. Lo studio dell’Università di Singapore
Un trattamento basato su brevi impulsi elettromagnetici potrebbe in futuro contribuire a contrastare il tumore al seno senza ricorrere direttamente a un farmaco. È l’ipotesi che emerge da uno studio condotto da un gruppo di ricercatori della National University of Singapore (NUS) e pubblicato nel giugno 2026 sulla rivista Smart Medicine. Il lavoro non dimostra però l’efficacia della tecnica nelle pazienti: i risultati principali sono stati ottenuti attraverso esperimenti cellulari, modelli tridimensionali di tumore e modelli animali. Il potenziale nuovo approccio al tumore al seno utilizza campi elettromagnetici pulsati a bassa intensità per stimolare il sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule tumorali. È la strada esplorata da un gruppo di ricercatori della National University of Singapore (NUS), in uno studio pubblicato sulla rivista Smart Medicine.
Il risultato è interessante, ma ancora preliminare: gli esperimenti sono stati condotti soprattutto su cellule, modelli tridimensionali di tumore e animali. Non si può quindi parlare, al momento, di una nuova cura per il tumore al seno né di un’alternativa già disponibile alla chemioterapia. L’idea alla base della ricerca è relativamente semplice. I tumori non sono formati soltanto dalle cellule malate: al loro interno e intorno a esse sono presenti anche cellule del sistema immunitario. Tra queste ci sono i macrofagi, che normalmente aiutano l’organismo a eliminare cellule danneggiate e agenti estranei. Il tumore, però, può modificarne il comportamento e trasformarli in alleati della malattia. I ricercatori hanno cercato di invertire questo processo. Attraverso brevi impulsi elettromagnetici, hanno provato a “riprogrammare” i macrofagi presenti nell’ambiente tumorale, spingendoli a tornare a svolgere un’azione contro il tumore.
Gli esperimenti hanno mostrato che i campi magnetici possono attivare alcuni meccanismi all’interno di queste cellule e renderle più aggressive nei confronti delle cellule tumorali. In laboratorio, i macrofagi così stimolati hanno aumentato la loro capacità di riconoscere e inglobare le cellule cancerose. Il trattamento è stato poi sperimentato su topi con tumori della mammella. Secondo i risultati pubblicati dai ricercatori, in una parte significativa degli animali il tumore è regredito fino a scomparire. La NUS riferisce che, nei modelli preclinici utilizzati nello studio, l’eradicazione completa del tumore è stata osservata nel 75% dei casi dopo quattro sessioni di trattamento.
È un dato che va però interpretato con cautela Il metabolismo, il sistema immunitario e il comportamento dei tumori possono infatti essere molto diversi tra animali e esseri umani. Anche per questo è importante non presentare la tecnica come un trattamento capace di sostituire la chemioterapia. La ricerca suggerisce piuttosto una possibile nuova strategia: invece di colpire direttamente il tumore con un farmaco, si potrebbe cercare di aiutare il sistema immunitario a combatterlo. Secondo i ricercatori, il metodo potrebbe inoltre essere studiato in combinazione con terapie già esistenti. Sono in corso valutazioni sulla possibilità di associarlo anche alla doxorubicina, un farmaco utilizzato nella chemioterapia, ma si tratta ancora di una linea di ricerca.
Un primo studio sull’uomo è già stato effettuato per verificare la sicurezza del dispositivo. Secondo la NUS, la sperimentazione iniziale non ha evidenziato problemi di sicurezza rilevanti. Questo, però, non significa ancora che il trattamento sia efficace contro il tumore nelle persone. Per capire se lo sia davvero serviranno studi clinici più ampi, nei quali la tecnica dovrà essere sperimentata su pazienti con tumore al seno e confrontata con le terapie disponibili. Solo questi studi potranno stabilire quanto sia efficace, per quali pazienti possa essere indicata e se possa eventualmente essere utilizzata insieme o al posto di altri trattamenti.
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