Esercito, accusò il generale per un “brevetto falso”: assolto il maresciallo sindacalista
Ennesima assoluzione per il maresciallo degli alpini Carlo Chiariglione, presidente di Assomilitari, membro del direttivo del sindacato Silme e da decenni voce critica nell’Esercito. Mercoledì 16 settembre il Tribunale militare di Roma l’ha assolto dall’accusa di insubordinazione con ingiuria, per la quale la Procura aveva chiesto tre mesi di reclusione. Chiariglione aveva dichiarato che un alto ufficiale aveva conseguito il brevetto di Ranger – quello degli alpini paracadutisti, forze speciali – senza aver frequentato i relativi corsi di addestramento e grazie a firme false. L’aveva fatto nel 2023 nel corso di un altro processo a Verona, nel quale era imputato per aver denunciato carenze negli addestramenti in relazione alla morte di un giovane alpino in Afghanistan. Insomma, voleva dire che non sempre la formazione reale corrisponde a quella registrata per iscritto.
Anche in quel caso Chiariglione, pure titolare del brevetto di Ranger, è stato poi assolto. Stavolta sono state decisive le testimonianze di diversi militari, che avevano fatto i corsi in questione e non ricordavano la presenza dell’ufficiale. Non è uno qualsiasi: Nicola Piasente, oggi generale di divisione, è responsabile della pianificazione al Comando operativo di vertice interforze (Covi) dal quale dipendono le missioni all’estero. Ovviamente è stato sentito anche lui, che pur essendo solo testimone era accompagnato da un avvocato, Gianluca Brionne. Ha confermato di aver frequentato tutti i corsi, ma non sembra aver convinto il Tribunale presieduto dal giudice Stefano Palazzi. Leggeremo le motivazioni della assoluzione quando saranno pubblicate, per ora l’avvocato Brionne e il generale preferiscono non rilasciare dichiarazioni.
L’avvocata Michela Scafetta, che ha difeso il sottufficiale, ha ricordato che Chiariglione ha già subito 23 procedimenti penali. In genere non dà notizie dei processi, in questo caso invece l’ha fatto su Facebook perché Chiariglione “ogni giorno si espone – ha scritto Scafetta -, denuncia ciò che ritiene ingiusto e combatte battaglie che riguardano non soltanto lui, ma tanti militari che non hanno la forza o la possibilità di far sentire la propria voce. E ogni volta che parla o scrive, quella voce sembra trasformarsi in un nuovo procedimento: diffamazione, ingiuria, insubordinazione”.
I procedimenti disciplinari non si contano. Una delle sanzioni, 12 mesi di sospensione per una lettera al presidente Sergio Mattarella su vessazioni e suicidi nelle forze armate, è finita davanti alla Corte europea dei diritti umani per violazione della libertà di espressione, riconosciuta entro certi limiti anche ai militari. La Corte ha chiesto al governo di transare. Se non ci si arriverà, Chiariglione potrebbe ottenere un cospicuo risarcimento.
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