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Wednesday, September 16, 2026

"Naza", gli autori Yuval Abraham e Rachel Szor nel mirino di Israele dopo il premio a Venezia

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I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, vincitori del Premio Speciale della Giuria per "Naza"

Yuval Abraham e Rachel Szor sono al centro di uno scontro politico che coinvolge il primo ministro israeliano, due ministri del governo e i vertici dei servizi segreti. Il detonatore è "Naza", il documentario che hanno presentato alla 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e che, in pochi giorni, li ha trasformati da autori acclamati a bersagli di un'accusa di tradimento.

Dopo aver dichiarato che avrebbe cercato di revocare loro la cittadinanza israeliana, il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha fatto un nuovo appello al capo dello Shin Bet, David Zini, affinché indaghi su come vari materiali siano arrivati. Il film include testimonianze di 24 soldati anonimi dell'intelligence israeliana che denunciano le tecniche usate dall'esercito israeliano per uccidere i civili a Gaza. Israele ha respinto il contenuto del film, ribadendo di fare di tutto per evitare vittime civili.

In una lettera a Zini, Zohar chiede che l'agenzia indaghi se vi sia stato un uso illegale di informazioni sensibili o segrete. "Quando fonti anonime vengono utilizzate per diffondere accuse gravi e false contro lo Stato di Israele e l'Idf durante la guerra, è imperativo stabilire chi c'e' dietro queste accuse", afferma Zohar. "Ho chiesto al capo dello Shin Bet di indagare da dove provenisse il materiale, chi lo ha fornito e se fossero coinvolti elementi nemici", ha aggiunto il ministro.

Le reazioni dei vertici israeliani dopo la presentazione a Venezia

Subito dopo la presentazione del film documentario a Venezia il ministro della Cultura Miki Zohar ha definito il film "vile" e ha annunciato di voler "agire immediatamente" per revocare la cittadinanza israeliana ad Abraham e Szor, accusandoli di "tradimento contro lo Stato" e di un "autodisprezzo" che li spingerebbe a danneggiare la propria patria per ottenere applausi da "antisemiti di tutto il mondo". Zohar ha detto di aver contattato i vertici del ministero dell'Interno e dell'anagrafe per valutare la revoca della cittadinanza per violazione di lealtà verso il Paese.

Alle accuse si sono aggiunti il capo di stato maggiore dell'esercito, Eyal Zamir, secondo cui il film si baserebbe su "calunnie di sangue e distorsioni deliberate della realtà", il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, che ha invitato i due a lasciare il Paese, e infine il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha collegato il caso a un più ampio "incitamento antisemita" e se l'è presa con le forze politiche di opposizione. L'esercito israeliano ha respinto nel complesso i contenuti del documentario, sostenendo di non poter verificare l'identità e il ruolo militare delle fonti anonime e ribadendo di fare tutto il possibile per evitare vittime civili.

Cosa rischiano se dovessero tornare in Israele

Nei giorni successivi al premio, Yuval Abraham ha raccontato di aver cancellato i propri profili social dopo essere stato sommerso da fotomontaggi offensivi contro di lui e la madre, e ha ammesso apertamente il proprio timore: "Israele è casa mia [...] ora però è ovvio che ho paura di non poter tornare". Abraham aveva anche respinto l'idea di porsi come voce di superiorità morale, spiegando che, in quanto israeliani, si sentono in una certa misura tutti corresponsabili di quanto avvenuto a Gaza.

La strada per privare Abraham e Szor della cittadinanza israeliana, che loro hanno per nascita, non è né immediata né nelle mani del solo ministro della Cultura, che per legge non ha il potere di disporla. La legge israeliana consente la revoca della cittadinanza solo in casi limitati legati a un accertato "tradimento della lealtà" verso lo Stato, secondo una sentenza della Corte Suprema del 2022: la procedura richiede che sia il ministro dell'Interno a presentare la richiesta al ministro della Giustizia, con una convalida finale da parte di un collegio di giudici. Si tratta quindi di un percorso lungo, incerto e mai applicato finora a un caso di produzione giornalistica o cinematografica.

Più concreta, almeno sul piano investigativo, è la richiesta di Zohar allo Shin Bet di indagare sull'origine dei materiali usati nel film: un'inchiesta di questo tipo potrebbe tradursi in accertamenti su eventuali reati legati alla diffusione di informazioni riservate, con conseguenze penali non per i soli registi ma anche per le fonti militari che hanno collaborato in forma anonima. A questo si somma il timore, più immediato, per l'incolumità personale dei due autori, alimentato dai precedenti come l'aggressione subita da Hamdan Ballal dopo l'Oscar di "No Other Land".

Come è nato il documentario

"Naza" nasce da quasi tre anni di lavoro e da un'inchiesta costruita insieme al quotidiano britannico The Guardian, in collaborazione con +972 Magazine e Local Call, che avevano già pubblicato tra il 2023 e il 2025 una serie di reportage sui sistemi di intelligence artificiale usati da Israele per selezionare gli obiettivi a Gaza. Il titolo riprende un acronimo militare ebraico, "Nezek Agavi", con cui l'intelligence israeliana indica il numero atteso di vittime civili collaterali in un attacco. 

Il film raccoglie le testimonianze di soldati e ufficiali dell'intelligence, con volto e voce alterati per proteggerne l'identità, che descrivono dall'interno le tecniche di individuazione e colpo dei bersagli, compreso l'uso di strumenti digitali per intercettare le comunicazioni delle persone segnalate. Le riprese, girate di notte sui tetti di Tel Aviv, sono state mantenute segrete per tutta la lavorazione.

Presentato in concorso all'ultimo momento, il film è stato proiettato in Sala Grande il 10 settembre: al termine, il pubblico ha applaudito per 25 minuti consecutivi, un record per l'edizione 2026 del festival e uno dei più lunghi mai registrati a Venezia, superando i 23 minuti ottenuti l'anno precedente da un altro film sulla guerra a Gaza. Tra gli spettatori in sala anche il cantante Ghali, arrivato al Lido per assistere alla proiezione. 

La giuria ha assegnato a "Naza" il Premio Speciale, terzo riconoscimento più importante della Mostra, inserendolo di fatto nella corsa al Leone d'Oro. Tra i produttori figura anche Jonathan Glazer, regista premio Oscar per "La zona d'interesse". 

Due percorsi nati dal giornalismo d'inchiesta

Yuval Abraham è nato a Beersheba, nel sud di Israele, nel 1995, da una famiglia di origini ebraiche miste, mizrahi e ashkenazite. Ha lavorato come giornalista investigativo e traduttore dall'arabo, collaborando con le testate indipendenti israelo-palestinesi +972 Magazine e Local Call, che descrive come gli unici spazi in cui può usare il proprio privilegio per raccontare i meccanismi dell'occupazione. Insieme al giornalista palestinese Muhammad Alnaouq aveva fondato "Across the Wall", una piattaforma che traduce in ebraico le storie dei palestinesi per rompere le narrazioni dominanti in Israele: un progetto sospeso dopo che ventitré familiari di Alnaouq sono stati uccisi in un bombardamento a Gaza.

Rachel Szor, nata a Gerusalemme nel 1994, è invece cineasta, montatrice e direttrice della fotografia. Il suo nome resta legato in particolare al lavoro dietro la macchina da presa: è stata lei, insieme ai coautori, a dare forma visiva a "No Other Land", il documentario del 2024 sulla distruzione della comunità palestinese di Masafer Yatta, nella Cisgiordania occupata, realizzato con gli attivisti palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal. Quel film ha vinto l'Orso a Berlino e, nel marzo 2025, il Premio Oscar al miglior documentario, portando Abraham a dedicare il suo discorso di ringraziamento alla disparità di diritti tra israeliani e palestinesi.

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