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Wednesday, September 16, 2026

Ilva, cassa integrazione per (quasi) tutti: il governo vara un decreto con soluzioni “ponte”. Risposte strutturali in alto mare

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Ilva, cassa integrazione per (quasi) tutti: il governo vara un decreto con soluzioni “ponte”. Risposte strutturali in alto mare

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Una maxi cassa integrazione pensata ad hoc per l’Ilva e le aziende dell’indotto di Taranto. Con garanzie che arrivano solo fino al termine della gara per vendere quel che resta dell’acciaieria, dimezzata dalla decisione della Corte d’Appello di Milano che ha sospeso la produzione degli altiforni. Per le risposte strutturali alla più grande crisi dell’industria italiana, destinata a investire diverse filiere produttive del Paese, ci sono al momento solo impegni politici. La risposta del governo alla chiusura dell’area a caldo del siderurgico di Taranto è rappresentata da un decreto “ponte” che arriverà in Consiglio dei ministri nel pomeriggio ma il cui contenuto è sostanzialmente noto perché anticipato a Fim, Fiom, Uilm e Usb nel corso di un incontro a Palazzo Chigi.

Gli impegni dell’esecutivo arrivano al massimo a febbraio 2027, poi il futuro resta incerto. Il tampone, come prevedibile, è rappresentato da un ricorso massiccio alla cassa integrazione per scongiurare i circa 4.000 licenziamenti in arrivo nell’indotto e tutelare i dipendenti diretti di Acciaierie d’Italia, la società in amministrazione straordinaria che gestisce il complesso aziendale, che si ritroveranno sostanzialmente senza lavoro. Bisogna partire da un dato: senza gli altiforni – lo spegnimento parte in questi giorni e dovrà essere terminato entro il 25 ottobre, come imposto dai magistrati – a Taranto resteranno in fabbrica circa 1.000 operai. Al massimo 700 dovranno sorvegliare l’area a caldo dismessa, garantendo la sicurezza, mentre altri 3-400 lavoreranno al treno nastri 2 grazie all’ordine di lavorazione delle bramme arrivato da Marcegaglia.

A conti fatti, si vocifera che i commissari debbano richiedere un sostanziale raddoppio della cassa integrazione autorizzata, passando dagli attuali 4.450 dipendenti a circa 9mila. Un dato al quale bisogna aggiungere l’impegno del governo sull’indotto finalizzato a sterilizzare 4.000 licenziamenti previsti tra le imprese associate ad Aigi (2.500 addetti) e Confapi (altri 1.500). Il governo eviterà la cassa per cessazione, mantenendo formalmente una prospettiva di continuità: le tutele però sono esplicitamente collegate alla fase transitoria fino alla conclusione della gara per la vendita dell’area a freddo, l’unica che potrà continuare a lavorare, contesa da Jindal e dalla cordata italiana guidata da Federacciai. Ma l’assegnazione degli stabilimenti di Taranto, Genova, Novi e Racconigi non coinciderà automaticamente con una soluzione occupazionale stabile.

Ma in cosa consistono le misure specifiche per il lavoro? Per l’indotto verrà costruita con una cassa in deroga come “ammortizzatore sociale unico”. Tra l’altro l’accesso non sarà automatico per tutte le imprese che hanno rapporti con Ilva: dovrà essere definito il nesso di dipendenza da Acciaierie d’Italia, attraverso criteri come mono committenza o forte dipendenza economica. La copertura è garantita dal 1° ottobre al 31 dicembre, con finanziamento già previsto fino a febbraio 2027. Per il periodo successivo il governo ha rinviato a un intervento in legge di bilancio. Per i dipendenti diretti di Acciaierie viene invece strutturata una norma che garantisce un’integrazione al 70%, in linea con il trattamento dei circa 1.500 cassintegrati di Ilva in amministrazione straordinaria, cioè gli “espulsi” della vendita del 2018.

La misura è però condizionata alla presa in carico dei lavoratori da parte di agenzie e piattaforme di riqualificazione. In caso di rifiuto di una proposta di lavoro ritenuta congrua, non verrebbe meno l’assegno, ma i lavoratori dovranno rinunciare all’integrazione aggiuntiva. Il governo tenterà inoltre di creare una corsia preferenziale alla ricollocazione dei dipendenti di AdI attraverso un sistema di incentivi per le imprese che cercheranno lavoratori in questo bacino: in particolare, saranno previsti sgravi contributivi per due anni e un incentivo fino a 20.000 euro per le assunzioni a tempo determinato. Resta il buco principale: nel decreto in approvazione nel pomeriggio, non entrerà la proposta sindacale del pensionamento anticipato dei lavoratori dell’area a caldo, certamente fuori dal perimetro della vendita, e del lavoro usurante. Si parla di circa 5.000 persone. L’esecutivo ha garantito d’essere al lavoro su una soluzione specifica rinviando la scrittura e l’approvazione della norma. Il tema resta quindi aperto, con un impegno politico ma senza ancora criteri, platea, anni di anticipo o copertura finanziaria definita.

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