Biglietti da 25mila euro finiti poi in saldo, una parata di vip e lo show del robot: com’è andato davvero il Vogue World di Anna Wintour a Milano
Da settimane, all’ombra della Madonnina, non si parlava d’altro. Una fibrillazione martellante alimentata dagli scatti “rubati” e rimbalzati sui social di un’onnipresente Anna Wintour, impegnata in meticolosi sopralluoghi tra il Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele II. Ieri sera, martedì 22 settembre, l’attesa si è materializzata, trasformando il Salotto di Milano nell’iconico set notturno attraversato da Meryl Streep ne Il Diavolo veste Prada 2. Per ospitare la quinta edizione di Vogue World (dopo New York, Londra, Parigi e Los Angeles), la città è stata letteralmente blindata. Strade sbarrate, schiere di agenti a presidiare ogni varco del centro di Milano, fermata della linea rossa della metropolitana soppressa dalle 16:00 e file di fotografi accampati fuori dai grand hotel per immortalare il via vai delle celebrità.
Tutto è rimasto top secret fino all’ultimo istante. Gli accrediti stampa sono stati centellinati con il contagocce: per esserci, dovevi pagare. E a caro prezzo. Il tariffario per garantirsi l’accesso alla passerella globale era proibitivo: 25.000 euro per la prima fila, 15.000 per la seconda. Cifre folli e per pochissimi eletti, del tutto scollegate dal valore reale delle cose, tanto che persino i paperoni globali e gli uffici marketing delle maison hanno guardato con freddezza. Si sussurra che la platea di cinquecento anime è rimasta mezza vuota fino alla vigilia, costringendo l’organizzazione a una pragmatica e imbarazzante asta al ribasso, scesa via via fino a mille euro pur di riempire le sedie. Dalla direzione editoriale hanno provato a minimizzare trincerandosi dietro un generico “non tutto quello che si dice è vero”.
Il front row e i look delle star
Dentro il salotto buono della città, tirato a lucido come uno studio televisivo planetario da trasmettere in mondovisione, è andata così in scena la celebrazione del potere costituito. Un front row che passerà alla storia per aver allineato, gomito a gomito, l’intero gotha del Made in Italy: Miuccia Prada e Raf Simons reduci dal trionfo pomeridiano; Donatella Versace e Pierpaolo Piccioli seduti vicini da sodali storici; Alessandro Michele, Demna, Maria Grazia Chiuri, Leo Dell’Orco per Armani, Diego Della Valle e Renzo Rosso. E poi una sfilza di star calate dall’iperuranio dello star system: Pamela Anderson — che per l’occasione ha derogato alla sua scelta no-makeup sfoggiando un look da diva rétro firmato Ferragamo —, Monica Bellucci in total black ad applaudire la figlia Deva Cassel che sfilava in Dior, Naomi Campbell su tacchi vertiginosi in Matières Fécales, Heidi Klum, fino a Gigi Hadid, incaricata di aprire le danze. Ancora, Domenico Dolce e Stefano Gabbana sedevano accanto a una Jennifer Lopez fasciata in una sontuosa cappa nera con gonna ampia, creata dall’Alta Moda D&G e illuminata da un collier di Alta Gioielleria.
Cinque atti tra artigiani in Loro Piana, robot e Memory Dresses
“Vogue World è un racconto editoriale dalle pagine della rivista che prende vita”, ha spiegato Francesca Ragazzi, Head of Editorial Content di Vogue Italia. Uno spettacolo in cinque atti — aperto da Gigi Hadid in Valentino — il cui filo conduttore si proponeva di indagare il rapporto tra la tradizione del Made in Italy e l’Intelligenza Artificiale (Where The Future Is Made By The Hand). Il Rinascimento è stato omaggiato da un modellino ligneo del Duomo e dall’ingresso di diciotto artigiani veri, vestiti in candidi camici bianchi firmati Loro Piana. La rivoluzione industriale ha preso forma attraverso una performance in tute di denim sulle note di Prisencolinensinainciusol di Celentano, seguita da un atto dedicato al cinema e al quotidiano milanese (le “sciure” e lo chef Carlo Cracco) scandito da Pino D’Angiò.
L’apice classico è stato raggiunto con l’intermezzo lirico: Roberto Bolle ha danzato La Traviata mentre 100 Voci Bianche della Scala, in divise Benetton, cantavano all’unisono. Poi, l’irruzione della tecnologia: quattro automi hanno sfilato insieme a modelle e atlete olimpiche (Paola Egonu e Arianna Fontana) vestite con tessuti tecnici innovativi, marciando su L’amour Toujours di Gigi D’Agostino. Il finale ha visto un micro-robot introdurre Alicia Keys al pianoforte per cantare I Feel Love, mentre in passerella sfilavano otto Memory Dresses bianchi, reinterpretazioni d’archivio create per l’occasione da Armani Privé, Bottega Veneta, Dolce&Gabbana, Fendi, Ferragamo, Gucci, Prada e Valentino. A chiudere, una cascata di seimila origami di carta ideati da Jony Ive sulle note di Gloria di Umberto Tozzi.
La messa in scena, tuttavia, si è rivelata estremamente didascalica. Al Rinascimento e all’artigianato (con un modellino in legno del Duomo e sarti in camice bianco) è seguita la rivoluzione industriale. Poi l’irruzione della tecnologia, il tutto condito da un lusso ostentato all’ennesima potenza e tanto show-off che ha lasciato il dubbio sul vero senso dell’evento, tradottosi nella mera e autoreferenziale celebrazione della moda come status quo.
Il paradosso di Quarto Oggiaro e il collasso della vera filiera
Una messinscena rutilante, si diceva, in cui però il confronto tra sapienza artigiana e intelligenza artificiale è rimasto a un livello puramente didascalico. Il robot che incrocia la modella non ha indagato la vertigine tecnologica contemporanea, limitandosi a fungere da sfondo. E di Milano, in quella Galleria, si è visto ben poco. A salvare la forma è intervenuto l’accordo filantropico: due milioni di euro garantiti al Comune per finanziare il polo creativo della biblioteca di Quarto Oggiaro. Un patto nobile, che tuttavia ha relegato la periferia a destinataria invisibile, lontana dai riflettori.
Ciò che ha reso straniante la serata è stata l’assoluta rimozione del contesto reale. Mentre sotto l’Ottagono si celebrava l’artigianato come slogan di marketing, a pochi chilometri di distanza la filiera del Made in Italy affrontava uno dei suoi momenti più drammatici. I dati diffusi dalla CGIL di Milano restituiscono una realtà spietata, innominata tra calici di champagne e abiti couture: il sistema moda milanese ha perso un quarto del suo export (-23,3%) in soli tre anni, scivolando da oltre 3 miliardi a meno di 2,3 miliardi di euro. Le imprese artigiane chiudono (-19,7% nell’abbigliamento, -17% nella pelle) e la cassa integrazione ha registrato un’impennata vertiginosa nel secondo trimestre del 2026. Di quelle mani operose e di quei terzisti storici travolti dai licenziamenti, nella notte dorata di Vogue World non c’è stata traccia.
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