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Monday, September 28, 2026

Alcuni ottimi motivi per rinviare la prospettiva delle primarie nel campo largo

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Alcuni ottimi motivi per rinviare la prospettiva delle primarie nel campo largo

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di Carlo Sorgi*

Il saggio Marco Damilano (una volta era lo spiegone di Propaganda Live non a caso) in un articolo uscito su Domani ci pone un interrogativo centrale per il futuro del cosiddetto Campo Largo. La premessa è la situazione attuale di Meloni: “Per sopravvivere alle tre tempeste che nel 2026 hanno minacciato la sua leadership, la sconfitta al referendum sulla magistratura, la sconfessione pubblica di Donald Trump, l’avanzata nei sondaggi di Roberto Vannacci, Meloni si blinda nel bunker più familiare. Smette di girare il mondo, l’era delle photo opportunity è finita, si rischiano incontri spiacevoli come quello con Trump. Su Ucraina e su Medio Oriente le parole e le azioni del governo italiano sono inesistenti, l’afonia è assordante”.

Quindi solo cortile domestico per Meloni, scuola ariana e elezioni truccate per continuare a cercare di scardinare la Costituzione; in particolare l’ossessione di Meloni non è tanto Vannacci (potremmo chiamare il loro rapporto” cinquanta sfumature di nero”) col quale farà un accordo poco prima delle elezioni, quanto Mattarella e quello che rappresenta, cioè la difesa della Costituzione. Meloni ha cercato di gettargli fango ricordando le sue circolari come ministro dell’Istruzione alla fine degli anni ’80 con classico effetto boomerang data la falsità delle affermazioni.

Cerca da tempo di attaccare il ruolo del Presidente della Repubblica con il profilo più incostituzionale della nuova legge elettorale, l’indicazione preventiva del leader, escludendo una delle maggiori prerogative del ruolo di Presidente della Repubblica prevista dall’art. 92 Costituzione: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio”. L’interrogativo che pone Damilano è la via che in un contesto tendenzialmente favorevole, data la debolezza della compagine governativa, deve seguire il cosiddetto Campo Largo.

Damilano propone una strada: “Rifiutare l’agenda della destra, e quella autoindotta della caccia alla candidatura a premier alimentata da interviste e sondaggi, spezzare il sortilegio, restare sulla realtà del Paese, i salari, la sanità pubblica”. In una parola concentrarsi sulle priorità del programma, ancora fumoso per usare un eufemismo, rimandando a dopo l’indicazione del candidato leader, come imporrebbe la nuova legge elettorale, e le modalità della scelta.

Un Comitato forte di 150 Costituzionalisti ha firmato l’appello “Torniamo alla Costituzione”. Lunedì 28 settembre a Milano sarà dato il via alla mobilitazione per preparare i ricorsi che dovrebbero portare in tempo utile, cioè prima della data delle elezioni, la nuova legge elettorale davanti alla Corte Costituzionale. L’unico dubbio è il tempo, ma se si riuscirà a far decidere la Corte prima della data delle elezioni sicuramente molti dei profili della riforma elettorale saranno eliminati e, sicuramente, quello della indicazione preventiva del leader, che a quel punto non servirà.

Questo scenario non è fantascientifico. Senza l’anticipo, puramente ipotetico, della data delle elezioni i tempi ci sarebbero contando sulla tempestività dei ricorsi in sostanza già pronti. Così la Corte Costituzionale potrebbe vagliare la nuova legge elettorale prima delle elezioni.

Allora la proposta di Damilano, concentrarsi sulle priorità del programma, sarebbe l’unica prospettiva. Non sarebbe più necessario trovare prima un leader perché non sarebbe più previsto dalla legge. Il Presidente della Repubblica riprenderebbe in pieno la prerogativa ricordata dell’art. 92 Costituzione e sceglierebbe lui il futuro Presidente del Consiglio, ridando centralità alle assemblee parlamentari per la fiducia sempre seguendo il dettato costituzionale.

Poiché è pacifico che le primarie sarebbero un momento di grande tensione all’interno del Campo Largo – già in molti hanno detto che non voteranno il leader qualora non corrispondesse al proprio desiderio in un’ottica tipicamente tafazziana che da sempre impera a sinistra – perché non aspettare almeno una indicazione sulla data delle elezioni prima di buttarsi sulla prospettiva delle primarie, che potrebbero rivelarsi inutili e dannose?

Si potrebbe nelle more oltre a discutere finalmente del programma pensare alle eventuali modalità delle primarie, così da essere pronti in caso di elezioni anticipate che le renderebbero necessarie.

Peraltro invito a riflettere su un ulteriore articolo della Costituzione cioè l’articolo 88: “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere” quindi un’altra prerogativa del Presidente della Repubblica. Meloni non può fare quello che vuole, come spegnere la luce, ma deve passare il vaglio presidenziale. Anche eventuali dimissioni non comporterebbero necessariamente lo scioglimento delle Camere perché potrebbe essere indicato un altro Presidente incaricato e questo comporterebbe necessariamente lo spostamento in avanti della data delle elezioni.

Se Meloni cade alla Camera nel voto proprio sulla legge elettorale, previsto per la metà di ottobre, colpita dai franchi tiratori – meglio tiratrici – della sua maggioranza, si aprirebbe effettivamente una prospettiva di elezioni anticipate; ma in quel caso non ci sarebbe la nuova legge elettorale e meno che mai servirebbero le primarie nel Campo Largo.

Ci sono ottimi motivi, credo, per rinviare la prospettiva delle primarie nel Campo Largo almeno fino a quando non si rivelassero assolutamente necessarie. Una sola ragione contro il rinvio: essere divisivi anche quando non serve, ma non è un interesse di chi vuole davvero difendere la Costituzione.

*già magistrato, coordinatore Comitato per il No Forlì Cesena

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