Ho visto Naza, un documento straordinario: nessuno potrà più dire ‘io non sapevo’
di Angelo D’Auria
Ho visto Naza. Naza non è un film, perché non è finzione. Direi che Naza non è neanche un documentario, anche se ne utilizza il linguaggio specifico. Naza è un documento straordinario. È la registrazione delle dichiarazioni di 24 membri dell’esercito israeliano (Idf), tra ufficiali dell’intelligence e soldati coinvolti nella pulizia etnica del popolo palestinese.
Dal punto di vista del linguaggio audiovisivo, la telecamera fissa è più simile a quella utilizzata per la registrazione di un interrogatorio di polizia o per una registrazione audiovisiva finalizzata all’utilizzo in un processo. Ma il fatto che non ci si trovi in un posto di polizia o in un’aula di tribunale, bensì sui tetti di Tel Aviv, nel buio della notte, e che gli intervistati siano ripresi in forma anonima, assimila il filmato più a una spontanea confessione di pentiti di mafia. La ripresa, con la macchina da presa in posizione laterale, defilata, è assimilabile a quelle in candid camera.
Anche la scelta di Yuval Abraham di rimanere nell’inquadratura a due rende più autentica la registrazione, trasformando Yuval da regista a testimone da proteggere. Quando ci sono fatti gravi ed enormi che il potere non vuole che si sappiano, la loro diffusione è direttamente proporzionale all’accanimento con cui il potere cerca di perseguire gli autori.
Protetti dall’anonimato e dalle possibili conseguenze, ignari, al momento delle riprese, dell’effetto mediatico che una registrazione tanto “improvvisata” e “minimalista” — una piccola telecamera, una luce e un luogo informale e appartato, sul tetto di un palazzo, di notte — avrebbe potuto sortire, i soldati dell’Idf rilasciano dichiarazioni inedite ed esclusive di straordinaria autenticità.
C’è un momento nel filmato in cui salta la corrente, ma la ripresa continua. Al buio completo, la percezione, da parte dell’interlocutore, di essere fuori dalla registrazione sembra renderlo più loquace. Questo lascia intendere, come peraltro dichiara uno degli intervistati (“Non riesco a dirti tutto”), che le dichiarazioni rilasciate costituiscano solo la punta di un iceberg: una parte, ancorché incompleta, già sufficientemente chiara ed esaustiva dei crimini di guerra commessi dall’Idf nel genocidio dei palestinesi, termine utilizzato da uno degli intervistati.
Naza è un documento straordinario perché anticipa quella che potrebbe essere la registrazione processuale degli interrogatori dei criminali di guerra, senza l’ansia di deporre temendo la punizione, senza l’ansia di dover mentire o correggere la propria versione per evitare le conseguenze di una condanna.
I registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, convincendo i soldati dell’Idf a parlare, da un lato hanno offerto loro un’occasione di catarsi, dall’altro hanno carpito loro una chiara e inconfutabile confessione di crimini di guerra.
La scelta stilistica, dettata da esigenze di estetica fotografica, di utilizzare il controluce per mascherare i volti, rivelandone però ingenuamente (?) i profili, unitamente all’utilizzo del bloc notes per far disegnare o scrivere loro qualcosa, costituisce l’impronta digitale che i soldati dell’Idf hanno lasciato nel documento audiovisivo, a suggello delle loro dichiarazioni e a disposizione della Corte penale internazionale.
Le nostre responsabilità saranno giudicate dalla nostra coscienza, ma nessuno potrà utilizzare la giustificazione “io non sapevo” a proposito del genocidio del popolo palestinese. Perché, nonostante la strettissima censura praticata a livello mondiale da Israele, con l’impedimento dell’accesso a Gaza per osservatori internazionali e giornalisti e con l’assassinio del più alto numero di giornalisti nella storia dell’umanità, le notizie non sono mancate. E con Naza – Vittime collaterali sono arrivate perfino in anticipo, rispetto alla Norimberga che li vedrà alla sbarra, le confessioni di disarmante superficialità degli aguzzini.
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