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Wednesday, September 2, 2026

Generazione Yolo: la rivoluzione del "si vive una sola volta" che riscrive il senso del lavoro

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"You only live once, that's the motto, nigga, YOLO”. Si vive una volta sola, canta il rapper Drake. E la domanda legittima è: come vivere quella sola volta? Il grido di battaglia di Millennials e Generazione Z per giustificare scelte diverse viene da qui. Ed è nel 2021 che il termine assume una valenza economica e sociologica strutturata.

Il giornalista del New York Times, Kevin Roose, conia l’espressione "YOLO Economy"

per descrivere un cambiamento radicale di mentalità dopo il Covid. “Sfiniti e con molti risparmi, alcuni lavoratori stanno abbandonando impieghi stabili in cerca di avventure post-pandemia”. Roose osserva come migliaia di lavoratori e lavoratrici americani, esausti da un anno di riunioni su Zoom e isolamento, decidono di "capovolgere la scacchiera" delle proprie vite, abbandonando posti sicuri per inseguire passioni, avviare startup o semplicemente riappropriarsi del proprio tempo.

Negli Stati Uniti è una scelta

“Il fenomeno Yolo ha caratteristiche diverse a seconda dell’economia a cui fa riferimento", racconta all’ANSA Milena Gammaitoni, sociologa e professoressa dell’Università di Roma3. “Negli Stati Uniti riguarda persone con un alto reddito che abbandonano il lavoro per avere un miglioramento della propria qualità di vita”. Per vari motivi: “Allontanarsi per esempio da un ambiente di lavoro tossico, o perché manca l'evoluzione formativa attesa”. 

Un’ondata di dimissioni che non passa inosservata ai giganti della tecnologia. Microsoft, nel suo Work Trend Index 2021, certifica il terremoto: oltre il 41% della forza lavoro globale prende in considerazione l'idea di lasciare il proprio impiego nello stesso anno. Le analisi di Microsoft su trilioni di segnali di produttività rivelano una "stanchezza digitale" insostenibile, con tempi di riunione raddoppiati e un sovraccarico di chat che spinge lavoratrici e lavoratori verso il burnout (esaurimento fisico e mentale causato da stress cronico), alimentando il desiderio di flessibilità estrema e modelli di lavoro ibridi.

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In Italia, Yolo "di necessità"

Se negli Stati Uniti il fenomeno viene alimentato da risparmi accumulati e mercati in ripresa, in Italia il traino è la necessità “e la dignità”, dicono le testimonianze. "I giovani hanno capito dalle generazioni precedenti che sacrificare la vita per il lavoro non garantisce una ricompensa futura", racconta all’ANSA Alessandro Gandini, ricercatore dell'Università di Milano e coordinatore del progetto GENWORK. 

In Italia l’approccio Yolo “non è un edonismo pigro, ma una scelta di necessità”. Il progetto GENWORK ha analizzato proprio come la Generazione Z stia portando una relazione più "strumentale" con l’impiego, privilegiando l’equilibrio presente rispetto alla promessa (spesso tradita per i Millennials) di un futuro radioso. O, spesso, anche solo dignitoso.

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Il tradimento del patto generazionale

La sociologa di Uniroma3 Milena Gammaitoni sottolinea la profonda frattura tra il contesto americano e quello europeo. Se oltreoceano a dimettersi sono appunto spesso professionisti ad alto reddito, in Italia la tendenza riguarda giovani altamente qualificati che fuggono da salari stagnanti e precarietà strutturale. Per quello che Gammaitoni definisce apertamente "tradimento" del patto generazionale: “Gli adulti non sono più in grado di garantire le sicurezze di un tempo, come la casa, la pensione o il posto fisso, e i giovani rispondono rifiutando ambienti di lavoro vessatori e redditi insufficienti”.

Nel Nord Europa, racconta la sociologa, le aziende, allarmate dalle indagini di Microsoft sulla ritenzione dei talenti, hanno iniziato a offrire benefit e più ferie per trattenere i lavoratori. “In Italia, invece, questo welfare aziendale stenta a decollare, alimentando una fuga dei cervelli verso paesi capaci di offrire una qualità della vita e delle relazioni professionali superiore”.

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Il rifiuto del "mito del sacrificio"

"Il posto fisso mi metterebbe ansia perché non potrei cambiare; ho bisogno di stimoli continui e di un work-life balance autogestito", racconta Federico Giuliani, 29 anni. È educatore e ricercatore e rifiuta categoricamente l'ansia del posto fisso. Il precariato, piuttosto, è una scelta consapevole per mantenere l’indipendenza intellettuale, a patto di poterselo permettere economicamente o attraverso un supporto familiare. "Noi siamo esseri umani, non soldi", dice. “Sono molto di più del lavoro che faccio”, racconta sottolineando il solco rispetto al modello dei suoi genitori.

Il sistema attuale è “un tentativo capitalista di eliminare la soggettività individuale per rendere le persone più controllabili”, dice Valerio Greco, insegnante di sostegno nella scuola primaria. Precario, sottolinea. Ama insegnare ma l’ambiente scolastico, al di là di fulgide eccezioni, è "stagnante e poco libero, con cerchie ristrette. Ho iniziato adesso e già faccio fatica, onestamente. E voglio evitare di stare male al lavoro". Greco sogna di fare ricerca, sta provando vari dottorati, sa di poterselo permettere perché ha un lavoro precario (“il contratto scade il 31 agosto e ricomincia il primo settembre”, sorride amaramente) e anche un contesto famigliare ed economico che gli consente di pensare di migliorare vita e percorso professionale. 

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Tra supporto familiare e fragilità psicologica

Una prospettiva clinica viene fornita dalla professoressa Cinzia Niolu dell’Università di Roma Tor Vergata, che evidenzia come in Italia il fenomeno Yolo sia mediato dal sistema familiare. 

A differenza degli Stati Uniti, dove le famiglie tendono a essere più "evanescenti" dopo i 18 anni, in Italia la famiglia regge laddove il welfare generale fallisce, permettendo ai giovani di affrontare periodi di inattività o precariato senza cadere nell'indigenza. 

Tuttavia, Niolu mette in guardia sulla fragilità psicologica della Generazione Z, segnata da un senso di solitudine percepita che colpisce il 50% degli studenti e da una profonda disillusione: "A che serve studiare se la laurea non vale niente?", è un pensiero sempre più diffuso. 

Rispetto alle lotte collettive del passato, oggi prevale una frammentazione che toglie forza al gruppo, portando spesso a un'accettazione passiva di condizioni inaccettabili per semplice istinto di sopravvivenza.

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Oltre il Quiet Quitting

I dati Gallup 2023 mostrano un quadro impietoso per l'Italia, che si classifica all'ultimo posto in Europa per work engagement, con appena il 5% dei lavoratori e delle lavoratrici che si dichiara coinvolto nel proprio impiego. Il fenomeno del Quiet Quitting (fare lo stretto necessario previsto dal contratto) raggiunge in Europa il 72%, segno di una disconnessione psicologica profonda.

Anche l'ambiente accademico italiano sta provando a rispondere a questo disagio. Il progetto PRO-BEN (UNIST-HEALTH), che coinvolge gli atenei di Padova, Bologna, Firenze, Chieti-Pescara e Catania, ha lanciato indagini nazionali per monitorare il benessere psicologico degli studenti e offrire strumenti come il programma digitale "YOLO" per migliorare la flessibilità psicologica e prevenire il disagio che ostacola le carriere accademiche.

Le imprese del futuro dovranno trasformarsi da gestori di "risorse umane" a sviluppatori di "esseri umani pieni di risorse", offrendo flessibilità, senso e autonomia, se vorranno sopravvivere a questa rivoluzione silenziosa, dice Alessandro Gambini. “La vita accade ora, e nessuna promessa futura vale il sacrificio della propria salute mentale e del proprio benessere presente”.

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