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Wednesday, September 16, 2026

"Tony" usa tutti gli ingredienti giusti per portare in tavola un ottimo film biografico

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Ambiente familiare, sapori tradizionali e personale di qualità. Se si volesse recensire l'ultima fatica di Matthew Johnson come se si trattasse di un ristorante da guida Michelin la riassumeremmo così. La verità è che Tony è una macchina del tempo, che riporta a un mondo che è quello cristallizzato nei racconti dei nostri genitori. Guardandolo il rischio è di restare folgorati come l'esigente critico gastronomico Antoine Ego in Ratatouille, quando un piatto della sua infanzia lo riporta immediatamente a sentire i sapori forti della sua infanzia.

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Prima delle cooking star

 Si può apprezzare la pellicola di Johnson anche se si ignora in toto la parabola umana di Anthony Bourdain. Basta sostituire nella nostra testa la prima vera cooking star della storia con nostro padre, che partiva l'estate a "fare le stagioni" in luoghi ameni con diverse brigate, per entrare in un mondo di cui si conoscono già le coordinate. D'altronde c'è tanta nostalgia in quest'opera, non a caso girata in pellicola con la grana di chi vuole dare apposta la sensazione di star sfogliando un album dei ricordi. Un'opera che appare in primis non a caso la testimonianza di un mondo ormai dimenticato, in cui sognare di fare lo scrittore sembrava un'ambizione più credibile rispetto a quella di diventare un famoso cuoco. Lo stesso protagonista, Anthony "Tony" Bourdain, arriva dietro la griglia più per contingenze, dopo aver visto sbriciolarsi i suoi propositi letterari. Siamo negli anni Settanta, un'epoca lontana in cui l'idea del cuoco rockstar, quello che può diventare anche creator se piazza due tormentoni a corredo della ricetta fatta col giusto "sound of love", non poteva ancora rivaleggiare col fascino maledetto di certi eroi armati di penna.

Due approcci diversi

 Da spettatori si finisce per essere sinceramente interessati al destino di un personaggio che appare universale nella sua dimensione fallibile, molto più di quanto accada di solito al classico protagonista di un biopic hollywoodiano. Come detto, si può apprezzare questa pellicola anche se si ignorano totalmente vita, morte e miracoli di Anthony Bourdain. E, in questo senso si tratta di un'opera di fatto antitetica a Roadrunner, il documentario del 2021 sullo chef che si concentrava principalmente sulla prematura fine della sua vita. In quest'ultimo caso si arrivava addirittura a soluzioni posticce pur di far sentire più vicino e quindi in qualche modo presente il protagonista.

In Tony l'approccio è completamente diverso e manca anche la mitizzazione del protagonista, rischio in cui cadeva presto il documentario. Qui Bourdain viene al contrario consapevolmente spogliato della propria aura, al punto da poter creare una immediata immedesimazione con lo spettatore. Il colpevole di un tale approccio è probabilmente colui che siede dietro la macchina da presa. Johnson aveva già chiarito in BlackBarry (il film sull'ascesa e caduta del primo smartphone) come non fosse interessato a trasformare le storie vere in elegie filmate. Nel caso specifico ha raccontato poi in prima persona quanto non avesse inizialmente interesse nel progetto in quanto tale: non conosceva nemmeno nulla della figura di Anthony Bourdain. Arrivò addirittura a rifiutare la proposta di girare la pellicola, prima che un uomo apparisse sulla scena a fargli cambiare idea: Dominic Sessa, l'attore che alla fine ha prestato il volto a Tony: "Dopo averlo incontrato mi è piaciuto così tanto, e avevamo cosi tanto in comune, che sono tornato dal mio produttore, Matt Miller, e gli ho detto: Sai cosa? Se possiamo fare il film con lui e possiamo scrivere il film intorno a questo ragazzo e alla sua vita, allora accetto. E cosi praticamente lo abbiamo riscritto", ha raccontato il regista a Best Movie.

Sessa, love & rock 'n roll

 D'altra parte proprio Dominic Sessa, l’interprete di Bourdain, rappresenta l'ingrediente fondamentale per la buona riuscita del film. Non è una caricatura, non prova nemmeno a parlare con la voce dello chef (al contrario di Roadrunner che usava l'intelligenza artificiale per riprodurne una traccia audio e darci l'illusione che a parlarci fosse il protagonista già morto). Lo sguardo emaciato, quella magrezza quasi punk e quel modo di muoversi sostanzialmente a scatti impediscono di trasformare Tony nel prototipo del protagonista di un film autobiografico hollywoodiano, sebbene come in ogni "coming of age" il nostro eroe viva alla fine una sorta di arco di redenzione. La citazione iniziale con cui si apre il film in questo senso è chiara: siamo di fronte a uno str... fatto e finito, che dovrà crescere per far fruttare tutto quel talento che è ancora nascosto sotto la polvere.

Il personale in cucina

  Per trasformarsi in un professionista e in un uomo stimabile, Tony deve incontrare due mentori: uno è quello reale, rappresentato dal personaggio di Antonio Banderas. Una figura talmente simbolica da essere identificata nel film semplicemente come "Chef". L'altro è quello che ha il merito di far aprire Tony, salvo poi trasformarsi presto in una sorta di Lucignolo per il protagonista. In Tony Sessa riprende un po' il personaggio con cui si è rivelato al grande pubblico in The Holdovers, allo stesso modo in cui Leo Woodall (che interpreta l'amico "sbagliato") si muove nel solco del ruolo interpretato in una stagione della serie White Lotus. La sensazione è insomma quello di ritrovarsi in una pellicola che rappresenta un "comfort movie" anche per il cast coinvolto nell'impresa. Cast in cui forse appare un po' sottoutilizzata Emilia Jones che, in quanto interesse amoroso del protagonista, finisce per rappresentare in primis il McGuffin che mette in moto la vicenda.

Chi ha ispirato Tony

 C'è qualcosa di intrinsecamente classico in questo percorso narrativo che finisce per concludersi con un nuovo battesimo per il protagonista, quando accetta il suo nome per esteso lasciando da parte il diminutivo "Tony". Anthony abbraccia la sua nuova identità insieme alla presa di coscienza del suo nuovo destino: sarà un cuoco e non più uno scrittore.

La pletora di riferimenti che anima questo racconto formativo di un'estate è abbastanza facile da individuare. Ci si muove un po' verso il già citato The Holdovers (che in italiano non a caso aveva il sottotitolo "Lezioni di vita") e un po' verso un Whiplash meno estremo. Nel podcast The Big Picture Johnson ha detto che voleva che il film non sembrasse un suo lavoro quanto piuttosto che desse l'impressione di sfogliare le pagine di un libro. Il risultato finale è una dramedy agrodolce che ricalca un po' il tono di Licorice Pizza, fotografando lo stesso periodo storico con la medesima voluta naivité. Ma Johnson deve tanto nella messa in scena anche a un certo cinema di Richard Linklater, a partire da una gemma come Everbdoy Want Some!!! 

Chi è stato ispirato da Tony

D'altra parte con Tony si parla della trasposizione cinematografica di una parte del besteseller Kitchen Confidential, scritto di suo pugno proprio da Buordain. Un libro uscito agli albori del Millennio che ha influenzato tutto il cinema "culinario" dal 2000 in poi: si pensi alla caratterizzazione dei cuochi in Ratatouille. Il tutto senza dimenticare che Bradley Cooper tornò a interpretare uno chef in Il sapore del successo, dopo essere stato protagonista della serie tv tratta da Kitchen Confidnetial nel 2005. Proprio ne Il sapore del successo, per arrivare alla stella Michelin, lo stesso Cooper passa per una purificazione aprendo un milione di ostriche. Ostriche che tonano anche qui come metafora abbastanza chiara. Tony riesce a sprigionare infatti il suo talento, a uscire dal guscio, solo nel momento in cui ha la capacità di aprirne una.

Marty Bourdain Supreme

  La vita è come una scatola di ostriche. Non sai mai quello che ti capita, verrebbe da dire suggerendo un paragone con Forrest Gump. Un paragone che può esistere per quanto Tony nel film non abbia nulla dell’ingenuità pura del personaggio portato sullo schermo da Tom Hanks. Bourdain nel film è piuttosto un uomo insicuro che vive e muore per le sue bugie, assomigliando tremendamente al Marty Msuser incarnato da Chalamet in Marty Supreme. 

Sia il film di Josh Safdie che il biopic su Bourdain possono essere considerati due grandi omaggi a quel momento della vita in cui appare lecito essere "giovani e stupidi". Alla fine anche la conclusione delle due pellicole è simile: spesso quello che cerchi non è ciò che trovi alla fine del viaggio. Tony è un film sull'accettazione del proprio destino, che si materializza non a caso proprio quando il nostro accetta che il suo presunto talento per la scrittura sia solo qualcosa che lui stesso si racconta per giustificare la propria solitudine. La pellicola di Matthew Johnson mette alla fine sul piatto tanti ingredienti, senza esagerare nello zucchero e senza eccedere in una inutile e provocatoria sapidità. Si merita tre stelle (ovviamente Michelin).

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