L’abitudine tutta glamour dei festival letterari in un paese che non legge
di Fabrizio Caruso
Settembre è il mese delle ripartenze. È talmente vero che qualcuno ha avanzato la proposta di far principiare da qui l’anno nuovo e non da gennaio: la pausa delle Feste natalizie troppo breve per costituire una cesura significativa. Tra i numerosi appuntamenti a rappresentare la ripresa della vita lavorativa e il rientro nelle proprie consuetudini, i Festival culturali che da questo mese tornano ad accompagnare col loro fitto scadenziario il calendario degli eventi letterari.
A Sarzana dal 4 al 6 settembre si è tenuto il Festival della Mente, a Mantova, dal 9 al 13, Festivaletteratura; sempre dal 9 al 13 settembre a Mestre, invece, c’è stato il Festival della Politica. Dal 16 al 20 settembre l’appuntamento è in Friuli con Pordenonelegge. Senza dimenticare il Festival Intermittenze a Riva sul Garda e Logos a Palermo. La sfilza di eventi prosegue senza soluzione di continuità nei mesi successivi, offrendo a chi ama viaggiare e ha la possibilità di farlo, infinite occasioni di incontri con gli Autori, dibattiti, convegni, presentazioni, tavole rotonde, etc. etc. Le sale sono gremite, gli stand pure, con un successo di pubblico davvero travolgente. Colpisce però che tutto questi eventi fioriscano in un Paese nel quale il 60% dei suoi abitanti non legge nemmeno un libro all’anno…
A leggere i dati di affluenza, ci si aspetterebbe che le vendite di libri esplodano, stimolate dagli eventi. Così non è: i dati di vendita non vengono minimamente scalfiti dalla copiosa messe di frequentatori di eventi cultural-letterari. Come è possibile? Forse siamo diventati un popolo di semplici osservatori. Forse pensiamo che la semplice esposizione al verbo dell’Autore ci trasferisca per osmosi il contenuto dei loro libri, rendendone superflua la lettura. Forse rincorriamo il selfie con la celebrità di turno, strategicamente e inopinatamente votatasi alla scrittura. Forse l’evento mondano, luccicante e glamour, meglio ancora se tinto di cultura, può più della lettura solitaria e faticosa.
Vi è in queste nostre (apparentemente scandalizzate) riflessioni, la rassegnata consapevolezza che la lettura (e la cultura) siano state storicamente appannaggio di pochi. Certo, allora per costrizione, per penuria di opportunità, per ingiustizia sociale. Oggi rimangono tali ma per svogliatezza, per mancanza di motivazione, per leggerezza. Perché non si può negare che le nostre società siano culturalmente doviziose e offrano, a chiunque possa agognarle, tutta la cultura e l’istruzione che serve. E allora continuiamo a evitare la lettura perché impegnativa e faticosa, per limitarci a scorrere i feed dei nostri schermi o a non perderci neanche un episodio della nuova serie di grido.
Andare al Festival di turno ci offre quel tanto che basta per soffocare l’anelito a migliorarci, per sentirci engagè, per condividerlo sui social facendone motivo di vanto e distinzione. Salvo poi scoprirci con lo sguardo fisso sul dito che ci indicava la luna.
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