Asse con gli studenti e “capacità di fiutare il disagio”: così l’Usb è diventata il sindacato che riempie le piazze
Un momento storico, lo definiscono così il giorno dopo aver riempito sessanta piazze in tutta Italia. Quello in cui hanno rotto il muro del mainstream, ancor più del 22 settembre dello scorso anno quando un’onda composita si riversò nelle strade per manifestare in solidarietà al popolo palestinese aderendo a uno sciopero che avevano convocato per primi. L’aver chiuso le marce senza incidenti è stata la ciliegina sulla torta preparata dalla Unione sindacale di base, organizzazione che fino a due anni fa rientrava nel bacino settario delle sigle movimentiste con capacità di mobilitazione ridotta. I numeri dello sciopero generale del 30 ottobre, invece, sono stati totalmente fuori scala rispetto alla norma e, spiegano dal sindacato, rappresentano una “prova di maturità” dopo la semina dell’autunno 2025 sul genocidio a Gaza.
Ma quella lotta non rientrava tra i temi sindacali puri, mentre venerdì l’Usb ha parlato al suo mondo, quello del lavoro, portando in piazza il tema del carovita legandolo alle spese per il riarmo. È questo che, dentro la struttura organizzativa, considerano un “salto di qualità” arrivando a definirsi come un “nuovo sindacato confederale”. Ma cosa c’è dietro il successo? E perché, quando si tratta di spingere le persone a manifestare, un’organizzazione radicale e relativamente giovane – è nata nel 2010 da altre esperienze di sindacalismo di base – ha ormai un impatto tangibile, capace di aggregare un numero di persone come ormai non è semplice fare perfino la Cgil? La lettura politica che va per la maggiore dentro l’Usb è quella di un sindacato che “sta nelle lotte” e ha quindi la “capacità di sentire il disagio che cresce e la voglia di manifestare quando stanno montando”, come avvenuto recentemente con agricoltori e autotrasportatori. Qui, secondo l’organizzazione, si marcherebbe la principale differenza rispetto ai confederali votati alla concertazione, strategia giudicata troppo moderata e compromissoria da tutte le sigle di base.
Ma è solo un aspetto – non nuovo, tra l’altro – di un’attrazione che cresce. Innanzitutto, l’Unione sindacale di base gioca di sponda da tempo sul campo delle tematiche, grazie a una vicinanza delle posizioni, con Cambiare Rotta, a sua volta vicina a Potere al Popolo, e Opposizione Studentesca d’Alternativa (OSA), i collettivi giovanili e studenteschi di orientamento comunista. Non un rapporto strutturato come quello dell’Udu con la Cgil, ma una ancor più semplice affinità elettiva sostengono dal sindacato. Fatto sta che l’apporto alle piazze dettato dagli studenti medi e universitari è un fattore che moltiplica le presenze e la risonanza degli argomenti alla base degli scioperi. Lo “stare nelle lotte” e la saldatura con le due associazioni fu decisiva, per esempio, lo scorso anno per riuscire a intercettare e convogliare in anticipo rispetto agli altri la voglia di manifestare per Gaza, anche grazie alla presenza nel mondo dei portuali, tra le categorie che per prime nel 2025 si sono mosse in favore della Palestina provando a bloccare il transito delle armi negli scali italiani. Ma non finisce qui.
C’è anche una questione organizzativa: si tratta infatti di un sindacato dinamico, votato al movimentismo e gestito attraverso esecutivi orizzontali molto snelli che favoriscono decisioni rapide quando si intraprendere la strada della lotta. L’Usb rivendica anche, cosciente di avere ormai un “pubblico” in piazza che al momento supera i confini della sua rappresentatività sindacale, di non mettere il proprio cappello indosso a tutte le anime che popolano i cortei. Una funzione più aggregatrice che centrifuga. L’esplosione partecipativa nello sciopero generale di venerdì resta in ogni caso inattesa. Così ora il sindacato parla di una “prova di maturità” superata e alza la posta con il governo: “Non sarà possibile nascondersi per l’ennesima volta dietro l’alibi delle vetrine rotte e degli incidenti di piazza: ora il popolo italiano aspetta una risposta concreta ai problemi che sono sul tappeto”.
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