Usa, Camera approva nuova misura che impone a Trump la fine della guerra in Iran
La Camera a maggioranza repubblicana ha approvato un provvedimento che impone a Donald Trump di mettere fine alla guerra in Iran o richiedere l'autorizzazione del Congresso. E' la terza volta che la Camera chiede al presidente Usa lo stop della guerra con misure simboliche. Sette deputati hanno votato coi democratici sull risoluzione, approvata con 220 voti a favore e 204 contro.
L'approvazione arriva a 49 giorni dalle elezioni di metà mandato. Non è chiaro se il Seanto valuterà la misura prima di novembre. Una risoluzione simile era stata approvata dalla Camera in luglio ma non è ancora stata presa in considerazione dal Senato.
La giornata di ieri:
Teheran gela Trump. Il capo del massimo organo di sicurezza iraniano ha respinto ogni ipotesi di dialogo con gli Stati Uniti dopo che il tycoon aveva detto d'essere "aperto" al dialogo. "Nessun colloquio finché non saranno soddisfatte le condizioni dell'Iran. Punto!" ha tuonato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Una tegola per il Commander-in-Chief smentito pure in casa e niente di meno che dal Pentagono. La Difesa ha infatti messo nero su bianco in un rapporto che la carenza di munizioni legata alla guerra in Medio Oriente, negata a più riprese dall'amministrazione Usa, esiste. Il rapporto dell'Ispettore generale del Pentagono stima che tra il 28 febbraio e il 30 giugno, l'operazione Epic Fury sia costata circa 33,4 miliardi di dollari. Di questi, ben 22,3 sono stati spesi per le munizioni, causando "carenze nelle scorte strategiche" e rivelando "colli di bottiglia all'interno delle industrie di rifornimento". Oltre a danneggiare centinaia di edifici e strutture nelle basi statunitensi nella regione mediorientale e la flotta aerea americana, che ha riportato quattro F-15 distrutti, un F-35 e sette aerei cisterna KC-135 danneggiati oltre a 30 droni d'attacco MQ-9 Reaper mandati in pezzi. Dal canto suo, Teheran continua a ribadire le stesse condizioni per porre fine alla guerra: lo stop ad ogni aggressione (anche nei confronti di alleati regionali come Hezbollah), il risarcimento dei danni di guerra, la revoca del blocco a Hormuz, oltre a quello delle sanzioni e lo sblocco dei suoi beni congelati all'estero. Richieste immutate in mesi di stallo diplomatico, in cui anche la Cina cerca di mediare sottotraccia. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sarà mercoledì a Pechino per vedere il suo omologo cinese, Wang Yi. L'incontro precede di poco la visita del presidente cinese Xi Jinping negli Stati Uniti, per il vertice della prossima settimana con Trump. Un summit nella cui agenda dei lavori avranno un posto di rilievo la guerra in Medio Oriente ma soprattutto le interruzioni delle forniture energetiche attraverso lo Stretto di Hormuz. Intanto tutto il Medio Oriente è in fibrillazione per gli sviluppi yemeniti. La chiusura dello stretto di Bab el-Mandeb avrebbe conseguenze "catastrofiche", ha messo in guardia il Qatar. Anche se gli Houthi continuano a rassicurare che 'la navigazione resta sicura", i combattimenti non si placano, con almeno 13 nuovi raid sauditi su Taiz e i ribelli Houthi che per la prima volta hanno fatto scattare l'allarme nel luogo più sacro dell'Islam, La Mecca. L'uomo forte di Riad, il principe Mohammed bin Salman, è volato al Cairo per parlare col presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Insieme i due leader hanno sottolineato il "comune impegno a garantire la libertà e la sicurezza della navigazione marittima a Hormuz, Bab el-Mandeb e nel Mar Rosso". Nell'ombra si è mosso anche Israele dando, secondo media israeliani, assistenza d'intelligence a Riad attraverso il CentCom americano. L'obiettivo è lo stesso di Washington che avrebbe negato a Riad un sostegno diretto: supportare i sauditi, ma senza farsi coinvolgere direttamente in un altro fronte militare. Non a caso la scorsa settimana il capo di stato maggiore dell'Idf, generale Eyal Zamir, ha incontrato in Germania i comandanti degli eserciti di diversi Paesi arabi. Sul tavolo la guerra con l'Iran e l'escalation con gli Houthi.
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