Terzo processo d’appello per il femminicidio Carol Maltesi sull’aggravante della premeditazione, pg chiede l’ergastolo per Davide Fontana
Si discute ancora una volta dell’aggravante della premeditazione nell’ambito del processo per il femminicidio di Carol Maltesi, 26 anni, in cui è imputato Davide Fontana. La Procura generale di Milano, nel processo d’appello ter (il sesto se si considerano il primo grado e i passaggi in Cassazione, ndr), ha chiesto che venga condannato all’ergastolo.
Secondo quanto ricostruito nelle sentenze precedenti, Fontana uccise Carol Maltesi mentre i due stavano girando un video hard. Il bancario aveva commissionato quel contenuto utilizzando un falso profilo social, con l’obiettivo di venderlo sulla piattaforma OnlyFans. Durante la registrazione, la giovane era legata, imbavagliata con lo scotch e incappucciata quando è stata colpita con 13 martellate e una coltellata. Il giorno successivo al delitto, Fontana acquistò un’accetta e un seghetto e aveva fatto a pezzi il corpo della vittima, arrivando a dividerlo in 23 parti. Aveva inoltre tentato di eliminare i lembi di pelle con i tatuaggi, che sarebbero poi risultati decisivi per il riconoscimento della ragazza. Nelle settimane successive, l’uomo aveva cercato di bruciare i resti e, dopo averli conservati in un freezer acquistato online e racchiusi in cinque sacchi neri, li aveva gettati in un dirupo a Paline di Borno, in provincia di Brescia. Il cadavere della giovane è stato ritrovato il 29 marzo 2022.
Per tutte queste condotte per la Pg deve essere riconosciuta, infatti, l’aggravante della premeditazione, come già deciso in due processi di secondo grado, poi annullati con rinvio dalla Cassazione. Fontana, ha spiegato la pg Simonetta Bellaviti, ricostruendo uno ad uno tutti gli elementi, “in modo scientifico ha organizzato l’omicidio e anche il post mortem. E di fronte a questi elementi forti – ha aggiunto – la Cassazione mi sembra che stia a sminuzzare il capello”. Ora, ha detto la pg, “lui dice di essere dispiaciuto, ora parla di dolore, ma chi agisce così ha una freddezza difficile da accettare”.
La Corte di Busto Arsizio, che escluse in primo grado la premeditazione e lo condannò a 30 anni, ha chiarito la pg, “dice che se ci fosse stata premeditazione avrebbe dovuto organizzare come eliminare il cadavere. E infatti lui sa perfettamente cosa farà dopo il delitto, tanto che chiede una finta malattia lavorativa per Covid”. Dopo aver ucciso Carol “e averla lasciata lì in mezzo al sangue sgozzata, compra l’accetta, gli occhiali-maschera, cesoia e guanti. Altro che mezz’ora lì incredulo a vegliare il cadavere e vedere cosa aveva combinato, come dice”. È stato “due mesi con il corpo in casa, mentre tutti la cercavano, dopo che l’aveva uccisa con 13 martellate alla testa, senza fermarsi, perché aveva sviluppato una dipendenza patologica da lei, non voleva rinunciare a lei”.
Tutti gli indizi e gli elementi probatori, ha insistito la pg, “portano e hanno portato a sostenere che questo omicidio fu commesso certamente con premeditazione”. Davanti ai giudici (presidente della Corte Enrico Manzi), anche un legale di parte civile dei familiari della vittima, rappresentati dalle avvocate Anna Maria Rago e Manuela Scalia, ha chiesto il riconoscimento dell’aggravante della premeditazione e l’ergastolo. Per la difesa di Fontana l’imputato non pianificò il delitto, ma si trattò di “un omicidio d’impeto”.
Durante le dichiarazioni spontanee l’uomo ha dichiarato ai giudici: “Non ho mai potuto organizzare di far del male a lei. Ciò è lontano da ciò che ero e che sono. Mi spiace e mi vergogno, quell’orrore non mi è mai appartenuto, chiedo scusa a tutti. Con il passare del tempo realizzo ciò che ho fatto, anche se posso sembrare freddo provo grande dolore dentro di me e non potrò mai riparare al dolore e alla sofferenza causata, ma ci proverò fino ultimo giorno”, ha detto ancora Fontana, ammesso già da tempo alla giustizia riparativa.
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