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Tuesday, September 15, 2026

I 18 falsi miti su vulcani e supervulcani: dall’Etna a Yellowstone, così bufale e immagini dell’Intelligenza artificiale alimentano l’allarme

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I 18 falsi miti su vulcani e supervulcani: dall’Etna a Yellowstone, così bufale e immagini dell’Intelligenza artificiale alimentano l’allarme

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Sono 18 le convinzioni errate più diffuse sui vulcani e sulle loro eruzioni. A raccoglierle e analizzarle è lo studio Getting the story straight: Common misconceptions around volcanoes and eruptions with case studies of recent events, pubblicato sul Journal of Applied Volcanology e realizzato da un gruppo internazionale di vulcanologi con la collaborazione dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). Tra gli autori figura Boris Behncke, ricercatore dell’Osservatorio Etneo dell’Ingv. Il lavoro prende in esame sei grandi aree: sismologia; rapporto tra vulcani e clima; sistemi e strutture vulcaniche; pericolosità; tempi e periodicità delle eruzioni; immagini e video.

L’obiettivo – come informa Ingv in una nota- è mettere ordine tra informazioni scientifiche, semplificazioni e vere e proprie falsità che, soprattutto durante un’attività eruttiva, possono diffondersi rapidamente. Tra i temi affrontati ci sono espressioni ormai entrate nel linguaggio comune, come “cintura di fuoco del Pacifico”, “supervulcani” e “megatsunami”, ma anche questioni più complesse, dal rapporto tra attività vulcanica e clima alla possibilità di prevedere un’eruzione. Lo studio affronta inoltre alcuni concetti di base che possono essere fonte di equivoci, come la differenza tra cenere vulcanica e fumo e il significato dell’espressione “camere magmatiche”.

Gli autori hanno maturato una lunga esperienza sul campo in diversi contesti vulcanici del mondo, lavorando durante e tra le crisi eruttive in Indonesia, Filippine, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Stati Uniti ed Europa. In molti casi si sono trovati a interagire direttamente con i media e hanno potuto osservare come nascono e si diffondono le informazioni fuorvianti.

“La ricerca”, spiega Behncke nel comunicato di Ingv, “rappresenta una risorsa sviluppata per aiutare vulcanologi, giornalisti, decisori e pubblico a orientarsi correttamente quando un vulcano entra in eruzione, o anche quando non lo fa”. Per ciascuna delle convinzioni analizzate, lo studio propone punti chiave e una sintesi delle ricerche più recenti, con l’obiettivo di fornire strumenti utili per interpretare correttamente i fenomeni vulcanici. Il problema emerge con particolare evidenza nei sette casi studio presi in esame: il Monte Agung a Bali, l’Etna, il Kīlauea alle Hawaii, il Tajogaite a La Palma, La Soufrière a St. Vincent, il Taal nelle Filippine e la caldera di Yellowstone negli Stati Uniti.

Proprio Yellowstone rappresenta uno degli esempi più ricorrenti di come una variazione nei parametri monitorati possa essere trasformata in uno scenario catastrofico. Secondo lo studio, a ogni cambiamento di minore entità si diffondono rapidamente ipotesi su un’imminente eruzione “apocalittica” destinata a portare la specie umana sull’orlo dell’estinzione. Un evento che, tra gli scenari possibili, viene invece considerato estremamente poco probabile.

Anche l’Etnache in questi giorni ha provocato la chiusura dell’aeroporto di Catania – offre esempi di informazioni inesatte entrate nella narrazione corrente. Una delle più diffuse riguarda l’eruzione del 1669: ancora oggi viene talvolta affermato che avrebbe provocato migliaia di morti. Il comunicato dell’Ingv sottolinea invece che non morì nessuno: la lava avanzava lentamente e la popolazione ebbe la possibilità di allontanarsi. C’è poi un problema più recente, legato alla corretta identificazione delle immagini. Secondo l’Ingv, negli ultimi anni anche alcune testate italiane hanno utilizzato per raccontare l‘attività dello Stromboli fotografie del vulcano Anak Krakatau, in Indonesia. Un errore particolarmente significativo perché, sottolinea l’Istituto, non sarebbe difficile reperire immagini autentiche del vulcano delle Eolie.

La diffusione di informazioni non verificate ha riguardato anche l’attività più recente dell’Etna. Sui social network sono circolate diverse notizie false sull’evoluzione dell’attività vulcanica, contribuendo ad alimentare preoccupazione tra gli abitanti delle zone interessate. A rendere ancora più complesso il quadro sono le immagini generate o manipolate con l’intelligenza artificiale. “Per non parlare delle immagini create con l’intelligenza artificiale, falsificate o di altri vulcani o eruzioni dopo la recentissima eruzione dell’Anak Krakatau in Indonesia”, osserva Behncke. Nonostante la disponibilità di fotografie e video autentici, spiega il ricercatore, sono diventati virali anche contenuti chiaramente alterati dall’Ia. Tra questi, persino immagini relative alle eruzioni dell’Etna di luglio-agosto 2026 sono state presentate come immagini dell’Anak Krakatau.

Il problema non riguarda soltanto la correttezza dell’informazione. I vulcani rappresentano un elemento naturale di grande interesse, ma un’eruzione può avere conseguenze concrete sulle infrastrutture, sul traffico aereo e sulle persone che vivono nelle aree vicine. In una situazione di emergenza, quindi, distinguere rapidamente un’informazione verificata da una voce infondata può diventare importante anche per la sicurezza. Il lavoro sottolinea proprio questo aspetto: la capacità di diffondere rapidamente la conoscenza scientifica non è mai stata così grande, ma altrettanto veloce, e talvolta ancora più veloce, può essere la circolazione di dicerie e contenuti falsi.

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