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Monday, October 5, 2026

Sulla sicurezza continuo a non vedere una strategia politica generale di lungo respiro

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Sulla sicurezza continuo a non vedere una strategia politica generale di lungo respiro

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Negli ultimi tempi mi è capitato di confrontarmi con persone con cui ho condiviso parte della mia lunga carriera professionale. Servitori dello Stato seri e leali, uomini delle Istituzioni. Abbiamo parlato della nostra società e dei suoi problemi, partendo soprattutto da ciò che conosciamo meglio: sicurezza, istituzioni, rapporto con la politica e anche di ciò che scrivo da tempo. In entrambi ho avvertito disillusione, quasi una rassegnazione ad accettare lo stato delle cose che non vanno per la difficoltà di cambiarle.

Il punto di arrivo delle loro riflessioni è stato lo stesso: “Condivisibile ciò che dici ma è facile parlare. Tu saresti in concreto in grado di fare qualcosa di meglio? Non è semplice governare questo Paese. Lo dovresti sapere meglio di chiunque altro”.

Conoscendo la serietà di chi me lo ha espresso, mi chiedo quanto sia stato lo stesso sistema, negli anni, a indurre anche servitori dello Stato esperti e appassionati a non credere più nella possibilità di migliorarlo. È proprio questo, semmai, a convincermi ancora di più della necessità di scuotere le coscienze e stimolare un dibattito più ampio su questi temi. Posso comprendere la disillusione ma non posso condividere un approdo così rassegnato, benché le loro parole non siano prive di fondamento.

Tutti sappiamo quanto sia difficile gestire fenomeni complessi, quanto pesino vincoli normativi, risorse limitate, burocrazia, equilibri politici e resistenze interne. Ma dovremmo sapere anche quanto pesi, diciamolo senza ipocrisia, un approccio culturale talvolta demagogico che riguarda tutti noi, soprattutto quando parliamo di sicurezza: pretendiamo ordine e rispetto senza accettare che la nostra libertà finisca dove comincia quella altrui e che il rispetto che pretendiamo debba essere riconosciuto anche agli altri.

Gli incarichi che ho ricoperto mi hanno consentito di conoscere la complessità delle decisioni, il peso delle responsabilità e la fatica del comando. Proprio per questo distinguo il realismo, che riconosce la complessità dei problemi, dal fatalismo, che finisce per trasformarla nella convinzione che non possano essere affrontati meglio. È qui che la strada del mio pensiero si divide dalla loro.

Ogni sistema può essere migliorato e la complessità non può diventare un alibi per rinunciare a farlo. Sulla sicurezza, ad esempio, da mesi sostengo che servano insieme prevenzione, presenza sul territorio, meritocrazia nella scelta della classe dirigente, certezza della pena, processi più rapidi, investimenti nella giustizia ma anche nella scuola, nelle periferie, nella formazione e nell’organizzazione. E continuo a non vedere una strategia politica generale, seria e di lungo periodo. Vedo piuttosto iniziative episodiche e statistiche spesso utilizzate per sostenere questa o quella narrazione, secondo la convenienza del momento.

Emblematiche le recenti parole del vicepresidente del Consiglio Tajani che, pur riconoscendo il problema delle carceri, ha chiesto maggiore rigidità ai magistrati arrivando a sostenere che serva “colpirne uno per educarne cento”. Un’affermazione che colpisce soprattutto per la contraddizione che porta con sé. La politica non può chiedere fermezza agli altri poteri dello Stato e contemporaneamente considerare quasi un dato esterno le insufficienze che essa stessa ha il compito di affrontare.

La sicurezza, come la sanità, la scuola o la giustizia, richiede interventi diversi e coordinati tra loro. È certamente difficile ma governare significa anche assumersi la responsabilità di questa complessità.

Se arriviamo ad accettare l’idea che “più di così non si possa fare”, il dibattito pubblico perde la propria funzione. La critica diventa inutile, le proposte esercizi accademici, le riforme impossibili ancora prima di essere pensate. La difficoltà non può diventare né fatalismo per chi ha servito le istituzioni né alibi per chi oggi ha la responsabilità di governarle.

Dopo quarant’anni di servizio avrei potuto scegliere il silenzio, certamente più comodo, evitando dibattiti e conseguenti discussioni: tanto i problemi esistono da sempre. Ma tradirei proprio ciò che quella lunga esperienza mi ha insegnato: adattarsi allo stato delle cose non aiuta a cambiarle e vale sempre la pena chiedersi se sia possibile fare un passo in più. Tutti dovremmo continuare a stimolare il confronto, senza pretendere di avere soluzioni per tutto.

Smettere di cercarle, però, sarebbe già una resa. La domanda da porsi è se stiamo davvero facendo tutto ciò che è possibile fare. Perché la storia delle istituzioni non è mai stata scritta da chi sosteneva che non si potesse fare di più ma da chi, pur conoscendo tutti i limiti del sistema, ha avuto il coraggio di superarli.

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