Femminicidi, sei donne uccise da Ferragosto: “Silenzio assoluto di Meloni, in Italia non c’è prevenzione”
Carmela Bifano, Joanna Rouissi, Michela Rubiu, Ornella Forastefano, Tania Terrin, Maria D’Alessandro. Sono le sei donne che, da Ferragosto a oggi, sono state uccise da compagni, mariti o ex fidanzati. Una scia di violenze che si ripetono con modalità simili e i cui responsabili sono da cercare tra le mura domestiche. Il monitoraggio di Non una di meno aveva registrato 40 femminicidi dall’inizio dell’anno all’8 agosto, ma nel giro di pochi giorni se ne sono aggiunti altri sei. Intanto, proprio il 15 di agosto, il ministro dell’Interno si felicitava per la riduzione del 37% degli omicidi con vittime di sesso femminile, senza tener conto di tutto quello che è successo dopo. Oggi l’ultimo arresto: Pietro Scintu è stato fermato con l’accusa di aver ucciso a pietrate la moglie Carmela Bifano.
Mentre nessuno del governo ha ritenuto opportuno parlare, a farsi sentire sono associazioni e centri antiviolenza. “Le norme securitarie da sole”, ha detto Elisa Ercoli, presidente della Rete Nazionale Differenza Donna, “non servono a nulla soprattutto se vogliamo un cambiamento reale e duraturo. È insopportabile il silenzio assoluto di Meloni e di questo governo. Serve un vero cambio di passo. La maggior parte dei casi avevano un alto livello di pericolosità e per questo motivo dovevano essere usati gli strumenti di protezione ancora una volta non applicati dalle Istituzioni”. Se il presidente leghista del Veneto Luca Zaia ha parlato di “fallimento” e la leader Pd Elly Schlein ha chiesto alla politica di “fare di più”, neanche un commento è arrivato dall’esecutivo. Ieri aveva parlato anche Anna Agosta, consigliera D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza: “Bisogna avere il coraggio di capire dove il sistema non ha funzionato e intervenire perché non accada di nuovo”.
Gli ultimi sei casi
Negli ultimi mesi la politica, sotto la pressione dell’estrema destra di Vannacci, è arrivata a mettere in discussione il termine stesso di femminicidio e la necessità o meno di un reato specifico (introdotto proprio dal governo Meloni). Ma mentre le istituzioni perdono tempo a discutere, i casi non si fermano. E il periodo estivo, come tutti i periodi di vacanza, fa emergere le fragilità ed esacerba i disagi. Nel pieno dell’emergenza caldo e mentre l’Italia si fermava, altre sei donne sono state ammazzate. Carmela Bifano, 72 anni, è stata trovata morta il 18 agosto a Corigliano-Rossano, nel Cosentino: per l’omicidio è stato fermato il marito. Nello stesso giorno, a Colleferro, in provincia di Roma, Joanna Rouissi, 50 anni, è stata uccisa a coltellate: il marito ha confessato. Il 17 agosto è morta invece Michela Rubiu, 47 anni, dopo 25 giorni di agonia: era stata colpita alla nuca da un proiettile sparato dal marito il 23 luglio a Cagliari. Il giorno precedente era morta Ornella Forastefano, 46 anni, aggredita e poi lasciata agonizzante davanti all’ospedale di Trebisacce, in provincia di Cosenza: il compagno è stato fermato. A Ferragosto, a Camponogara, nel Veneziano, Tania Terrin, 39 anni, è stata uccisa dall’ex compagno, che aveva già denunciato per maltrattamenti e aggressioni. Sempre il 15 agosto, a Sant’Angelo a Cupolo, nel Beneventano, Maria D’Alessandro, 75 anni, è stata uccisa a coltellate dal marito.
Gli allarmi inascoltati delle associazioni
Il governo Meloni ha inasprito le pene e inserito un reato specifico di femminicidio, ma quasi niente è stato fatto sul fronte della prevenzione. Anzi, il ministro Valditara ha firmato una legge che vieta l’educazione sessuo-affettiva prima delle superiori e la consente in seguito solo con l’autorizzazione dei genitori. Se passi sono stati fatti su questo fronte, sono stati all’indietro. “In questi anni la vita delle donne in Italia è peggiorata”, continua Ercoli di Differenza Donna, “e le donne muoiono nella noncuranza istituzionale. Questo governo ha la responsabilità di una totale inerzia ed indifferenza ai problemi reali delle donne e di questo e dei femminicidi, mentre devono invece rispondere immediatamente. In Italia manca totalmente la prevenzione e la protezione non viene applicata perché gli stereotipi e i pregiudizi minimizzano e banalizzano la gravità della violenza che le donne subiscono nelle relazioni intime. La sottovalutazione delle Istituzioni è tale da non ritenere nemmeno di dover usare strumenti che pure esistono”. Secondo Differenza Donna, il problema è l’applicazione delle norme antiviolenza, visto che “le Forze dell’Ordine sono in numero di molto inferiore a quello che serve e non hanno adeguata e capillare formazione specialistica”. Inoltre, la “rete antiviolenza” (ossia tutti i settori che devono contribuire all’uscita dalla violenza) rimane “informale e affidata al senso di responsabilità di singole e singoli. E’ inconcepibile che con numeri cosi enormi di violenza e femminicidi non vi sia nulla di sistemico”. Manca “la formazione sui reati di genere” e “i centri Antiviolenza dalla Sicilia alla Valle d’Aosta sono in continua sofferenza: andrebbero invece finanziati strutturalmente con un minimo che copra il lavoro che svolgiamo e che ci viene richiesto come obbligo. Troppi Centri Antiviolenza in Italia hanno risorse scarse per mettere in atto il lavoro multidisciplinare prezioso di cui siamo esperte”.
A essere messo in discussione in queste ore, è tutto il sistema di protezione per una donna che denuncia una violenza. In particolare, la morte di Tania Terrin che aveva già denunciato l’ex compagno, ha aperto una discussione su tutte le lacune dei meccanismi messi in piedi. “Di fronte a un femminicidio come questo, non basta invocare pene più severe: dobbiamo capire cosa non ha funzionato e dove la rete di protezione si è interrotta”, ha osservato Agosta di D.i.Re. “Nei confronti dell’ex compagno di Tania era stato emesso un ammonimento del Questore. Eppure, oggi Tania non c’è più. La denuncia è spesso uno dei momenti più delicati e potenzialmente pericolosi nel percorso di una donna. Per questo è fondamentale valutare correttamente il rischio, verificare l’efficacia delle misure adottate e garantire una protezione reale e tempestiva”. Secondo Agosta, “dobbiamo chiederci: chi valuta il rischio? Chi verifica che le misure di protezione siano efficaci? Quanto sono realmente coordinate forze dell’ordine, magistratura, servizi territoriali e centri antiviolenza? Questa è una precisa responsabilità della politica. Servono investimenti strutturali nei centri antiviolenza, servizi specializzati e accessibili, formazione obbligatoria e finanziata per tutti gli operatori coinvolti, strumenti efficaci di valutazione e gestione del rischio e un coordinamento reale tra i diversi soggetti della rete”. Cosa non va è chiaro e viene ripetuto dopo ogni morte. Ora serve solo che qualcuno abbia voglia di ascoltare chi è in prima linea ad aiutare le donne che subiscono violenza.
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