La guerra mette “contro” gli operai: strozzati dalle sanzioni anti-Russia quelli di Eurallumina, a fare sempre più bombe quelli di Rwm
A Portovesme il mare comincia dietro le ciminiere. Prima ci sono i serbatoi, le tubature, il bacino dei fanghi rossi. A sessanta metri sopra questo paesaggio di metallo, quattro operai giovedì hanno passato la notte sul forno di calcinazione numero 1 dell’Eurallumina. Un gigante spento dal 2009. Per ripararsi dal freddo sono scesi di qualche metro, cercando rifugio dietro le lamiere. Venerdì pomeriggio sono tornati a terra: il governo ha promesso di cercare i soldi, il tavolo al Mimit è aggiornato al 29 o 30 ottobre. Un’altra settimana di attesa, dopo diciassette anni.
“Soddisfatti è eccessivo”, dice Emanuele Madeddu, segretario della Cgil nel Sulcis. È stato ottenuto il minimo: un impegno formale del ministero, da trasformare in risorse. L’impianto è fermo, ma non può essere abbandonato. I soldi, prima ancora che per riaccenderlo, servono a impedire che faccia danni.
L’Eurallumina trasformava la bauxite in allumina, materia prima dell’alluminio. Aveva più di 400 dipendenti; ne restano 186, in cassa integrazione e al lavoro a rotazione per custodire la fabbrica. Con la ripartenza tornerebbero circa 1.500 buste paga, contando l’indotto, calcola Enrico Pulisci, uno dei quattro che ha dormito in alta quota. La proprietà è della russa Rusal. La produzione si fermò per la crisi e i costi energetici, molto prima dell’invasione dell’Ucraina. Poi a una vertenza già interminabile si è aggiunto il congelamento del patrimonio disposto dalle autorità italiane. La multinazionale, spiega Madeddu, ha versato risorse fino a settembre 2025; quelle già accantonate hanno permesso di andare avanti fino a febbraio. Secondo Pulisci, dal 2009 Rusal ha speso circa 400 milioni per uno stabilimento che non produce. Lo Stato, osserva Madeddu, ha congelato un bene senza creare le condizioni per conservarlo.
C’è una ragione molto materiale per cui non si possono chiudere i cancelli. Sotto lo stabilimento corre una falda contaminata: ogni ora, spiega Pulisci, “vengono estratti e trattati circa 50 metri cubi d’acqua, bisogna sorvegliare il bacino dei fanghi rossi e gestire 150 mila metri cubi di liquidi caustici”. Le pompe hanno bisogno di elettricità. Se le casse si svuotano al punto da non poter pagare neppure la corrente, la crisi del lavoro rischia di diventare un’emergenza ambientale. La produzione è ferma, ma l’acqua inquinata non smette di salire dalle pompe.
Il Sulcis ha imparato a vivere tra le rovine del proprio passato produttivo. Sono diventate parte del paesaggio. A Monteponi, sopra Iglesias, gli edifici restaurati dell’antica miniera convivono con scheletri industriali e muri corrosi. A Carbonia il fascismo aveva costruito una città attorno al carbone; a Portovesme è nata un’economia attorno all’alluminio. Oggi l’ex Alcoa, passata a SiderAlloys, non ha riacceso le celle elettrolitiche spente nel 2012. La Portovesme Srl di Glencore ha fermato le linee di zinco e piombo, pur mantenendo altre attività; la riconversione alle batterie resta incerta. Per tante famiglie la cassa integrazione non è una pausa: è diventata una forma di vita.
E si svuotano anche i paesi. Tra gennaio 2025 e gennaio 2026 il Sulcis Iglesiente ha perso 1.103 abitanti, quasi l’1% in dodici mesi: il doppio della media sarda. Un rapporto Fim-Cisl calcola per il Sud Sardegna un Pil per abitante di 20.900 euro, contro i 32 mila nazionali. Se ne vanno i giovani; restano pensionati, stabilimenti in attesa di investitori e lavoratori in attesa di una telefonata da Roma.
C’è però una fabbrica che qui non deve implorare il futuro. Tra Domusnovas e Iglesias, la Rwm del gruppo tedesco Rheinmetall produce ordigni ed esplosivi. E’ l’unica realtà industriale che cresce. A febbraio il ministero dell’Ambiente ha approvato la valutazione d’impatto dei reparti ampliati negli anni scorsi, dopo una lunga controversia sulle autorizzazioni. Il ricorso dei comitati resta aperto: udienza al Tar il 14 gennaio 2027; per avviare i nuovi impianti servono ulteriori permessi. Intanto il nuovo piano urbanistico di Iglesias destina ad attività produttive quasi 35 ettari a ridosso della fabbrica, come abbiamo raccontato sul Fatto.
Rwm dà lavoro. E non spetta ai suoi operai risolvere da soli la questione morale delle armi. “Non è il lavoratore che sgancia le bombe”, dice Pulisci. Ripete una metafora che tra gli operai dell’industria bellica si ascolta spesso: “Un coltello può servire a uccidere come a tagliare il pane, dipenda da chi lo usa. La colpa non è dell’artigiano che l’ha costruito”. Anche la Cgil subisce il ricatto tra guerra e lavoro. “Io sono un pacifista”, premette Madeddu, “ma devo difendere i salari”. Le destinazioni degli ordigni, gli embarghi, le autorizzazioni competono alla politica. Ma il contrasto resta e produce una realtà paradossale: la guerra in Ucraina contribuisce a strangolare un’industria civile di proprietà russa, mentre il riarmo europeo apre nuove prospettive alla fabbrica di bombe tedesca. Non è la guerra ad aver distrutto l’economia del Sulcis: quel lavoro era già cominciato da tempo. A Portovesme, intanto, quattro uomini sono scesi dal forno spento, in attesa di capire che cosa si potrà ancora produrre sotto l’ombra delle ciminiere.
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