“È stato un fulmine a ciel sereno”: cattolici in ansia per il Papa. E il viaggio in America è a rischio
Distanziandosi dall’ottimismo di maniera espresso dalla maggioranza degli esponenti ecclesiastici nelle quarantott’ore prima dell’operazione di papa Leone, il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, già lunedì aveva spiegato lucidamente: “E’ stato un fulmine a ciel sereno… Siamo all’inizio di questa difficoltà… e speriamo che il problema si possa risolvere al più presto”. Grazie a Dio, aveva dichiarato il porporato parlando con i giornalisti a margine di un convegno all’università Gregoriana, “ci si è accorti subito e normalmente quando sono prese in tempo (queste situazioni) riesci a risolvere”.
Toccherà ai medici analizzare adesso il tessuto del lobo polmonare asportato per capire se tutto è finito o siano necessarie terapie aggiuntive. L’esperienza quotidiana di gente normale registra varie situazioni in cui dopo l’intervento le persone hanno vissuto la loro vita come prima, senza problemi.
E’ importante però che dal Vaticano giungano in questa fase bollettini giornalieri a ore prestabilite per dare conto con piena trasparenza dell’andamento postoperatorio. Da Wojtyla in poi, riguardo alle malattie dei pontefici, il Vaticano si è aperto ad una postura di trasparenza che necessariamente – così richiede anzitutto il mondo cattolico – deve essere senza centellinamenti. Non è possibile, come è accaduto martedì pomeriggio, che prima si dica che tutto è andato bene e dopo ore si comunichi l’esistenza di un fenomeno cancerogeno “come sospettato dagli esami pre-operatori”. Nel mondo del web le reazioni spontanee si sono espresse in commenti del tipo “Non è cosa da nulla… mio Dio!”.
Certo è un’ironia della sorte il fatto che il ricovero di Leone al Gemelli non sia avvenuto nel solito “appartamento papale”, perché le stanze riservate ai pontefici sono in ristrutturazione: chi mai poteva immaginare in tempi così rapidi il ricovero del successore di Francesco, talmente in forma e sportivo?
La domanda è ora se avverrà il viaggio di Leone in America Latina o se sarà posticipato o rimodulato. Prima dell’intervento Prevost era decisissimo. Ora, come dicono gli anglosassoni, “wait and see”. Si tratta di aspettare il responso dei medici sull’esame istologico del lobo asportato e solo fra due settimane si avrà maggiore chiarezza.
Il mondo cattolico segue gli eventi con ansia ed estrema attenzione. Gli ultimi viaggi in Francia e in Spagna hanno mostrato il grande sostegno che dalla base cattolica viene all’opera di governo di Leone XIV. A Madrid e a Parigi non si è trattato di generiche riunioni di masse entusiaste. Le centinaia di migliaia di credenti appartenevano a correnti diverse del cattolicesimo: credenti culturalmente più legati alla tradizione e credenti soddisfatti del corso innovativo di Francesco, neo-battezzati e praticanti irregolari, giovani e anziani, ragazze e ragazzi.
A differenza di Francesco, papa Prevost si è recato in due paesi dell’Occidente dove il processo di secolarizzazione è allo stadio più avanzato e ciò che ha colpito è che le folle manifestatesi ai diversi eventi non apparivano animate da un’ansia identitaria – di rivincita sulla laicizzazione della società – bensì ispirate ad un appoggio gioioso ad un pontefice che sta tessendo l’unità della Chiesa, lacerata durante il pontificato di Bergoglio. Un pontefice che propone un indirizzo di graduale rinnovamento della comunità ecclesiale sulle orme di Francesco (continuamente citato nei discorsi) ma con un’attenzione al lavoro collegiale e al buon funzionamento della struttura curiale, che il suo predecessore non aveva tenuto in considerazione.
Prevost, il Tessitore, sa che la Chiesa cattolica non può più essere la monarchia “romana” di centralismo assoluto. Nel Sud globale le Chiese locali hanno assunto una consapevolezza che chiede di essere ascoltata, ma al tempo stesso queste Chiese locali vogliono mantenere l’unità del cattolicesimo senza spaccarsi come la Comunità anglicana. Ecco allora Leone XIV rafforzare il lavoro collegiale, iniziando a chiamare regolarmente per un’analisi comune, i cardinali di tutto il mondo – anno per anno come ha anticipato – oppure chiamare a consiglio i presidenti delle conferenze episcopali dei cinque continenti per riflettere, come è accaduto nei giorni scorsi, sul matrimonio cristiano oggi.
La fede, di cui parla Leone, non è proselitismo o riconquista dello spazio sociale ma, secondo le sue parole a Parigi, un “traboccare per dissetare le persone che incontrate”. Chi crede porti la “speranza là dove regnano scoraggiamento e aridità spirituale”. Il futuro verso cui Leone spinge la Chiesa non è appesantito da malumori o peggio da rancori e quando il pontefice si richiama al passato non parla di “radici cristiane” – cavallo di battaglio della gerarchia ecclesiastica a cavallo del passaggio di secolo – bensì di “radici irrigate dalla fede”.
Leone esalta i valori del matrimonio cristiano, ma non torna indietro rispetto alla possibilità (obliquamente concessa da Francesco) che le coppie divorziate e risposate possano accedere alla comunione. Leone non vuole la ritualizzazione delle unioni omosessuali, ma non torna indietro rispetto alla benedizione delle coppie gay voluta da Francesco. Leone ha stoppato per ora la concessione del diaconato alle donne, ma intanto le promuove a posti di responsabilità nella curia romana. E soprattutto Leone promuove il lavoro di preparazione della grande Assemblea ecclesiale mondiale del 2028 sulla “sinodalità” cioè sul carattere comunitario della Chiesa cattolica, sulle forme di partecipazione al suo interno e sulla sua missione nel XXI secolo. Un miniconcilio con la partecipazione non solo di vescovi, ma preti, diaconi, religiose e religiosi, donne e uomini laici.
Si capisce allora perché gli occhi dei credenti siano puntati sul Tessitore ricoverato al Gemelli.
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