“Mia figlia è stata colta da un malore, si è accasciata a terra ma il personale del bar le ha chiesto di spostarsi. Per loro era una seccatura, non un essere umano”: il racconto di Caterina Collovati
Lo scrive la stessa Caterina Collovati: il Bar Jamaica è “raccontato come lo storico locale milanese degli intellettuali, degli artisti, dei politici…”. E così è. Aperto nel 1911, il locale di Brera è uno dei luoghi simbolo della Milano del Novecento, ritrovo negli anni di artisti, scrittori e intellettuali e oggi inserito nell’albo delle Botteghe storiche di Milano. Stavolta, però, la giornalista e opinionista televisiva non ne racconta il fascino o gli incontri che ne hanno costruito la leggenda, ma una brutta disavventura che sarebbe capitata a sua figlia.
“Chissà se anche negli anni Sessanta capitava che, se un cliente si sentisse male tanto da crollare a terra, non solo non venisse aiutato, bensì venisse esortato a spostarsi perché d’intralcio ai camerieri”, scrive Collovati in un post. Il racconto prosegue: “È quanto accaduto a mia figlia ieri sera. Recatasi verso la toilette, colta da malore, si è accasciata a terra. Qualcuno ha chiesto una Coca-Cola per lei pensando a un calo pressorio, gli è stato risposto che il servizio era solo al tavolo. Noncuranti del fatto che mia figlia e gli amici avessero il tavolo”.
Secondo la ricostruzione di Collovati, la ragazza non solo non sarebbe stata soccorsa, ma a un certo punto si sarebbe avvicinata “una signora infastidita, forse la direttrice del locale”, che le avrebbe chiesto ancora una volta di spostarsi da terra. “Nessuno che si fosse preoccupato di chiedere a mia figlia come stesse e se avesse bisogno di un’ambulanza. In quel momento per loro la ragazza era solo una seccatura, non certo un essere umano”, scrive ancora la giornalista.
Poi la chiusura, durissima: “Dunque poteva crepare più in là e non nel passaggio dei camerieri indaffarati a servire ai tavoli, in un sabato sera dove l’incasso contava più della vita umana. Cari gestori o proprietari del Bar Jamaica, complimenti per la troppa sensibilità mostrata. Siete vergognosi e magari aggiungete pure quanto siete disumani nella brochure dei vostri servizi”. Collovati conclude il post rassicurando i follower: la figlia, fortunatamente, ora sta bene.
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