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Wednesday, September 9, 2026

Anatomia di un sabotaggio: la verità dietro l’esplosione del Nord Stream

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Anatomia di un sabotaggio: la verità dietro l’esplosione del Nord Stream

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Il 26 settembre 2022 il Mar Baltico ribolle improvvisamente. Sale nell’atmosfera la più vasta nube di gas serra mai provocata dall’uomo. Con quel rombo sottomarino svanisce nel nulla il Nord Stream, la più grande arteria energetica dell’era contemporanea. Per mesi l’opinione pubblica internazionale si rifugia nei propri automatismi ideologici: i sostenitori dell’Ucraina indicano all’istante il Cremlino, mentre le simpatie filorusse gridano al complotto della Nato e della Cia. Chi sceglie di sospendere il giudizio ha ragione: entrambe le certezze sono il parto di un riflesso condizionato.

Oggi, grazie alle rivelazioni raccolte da Bojan Pancevski sul Wall Street Journal e nel saggio The Nord Stream Conspiracy (pubblicato il 17 giugno 2026) e grazie all’ostinazione della magistratura federale tedesca, la vicenda perde la comoda scorza del complotto globale per rivelare la cruda anatomia della realtà.

La storia del Nord Stream somiglia a quella dell’Assassinio sull’Orient Express: sul binario c’è una vittima detestata da quasi tutti i presenti, e ciascuno avrebbe un ottimo motivo per vibrarle un fendente. Costata venti miliardi di dollari e vent’anni di gestazione, la doppia condotta sottomarina è il capolavoro geoeconomico di Vladimir Putin, studiato per alimentare l’industria tedesca aggirando i Paesi dell’Est. Angela Merkel l’ha difesa per anni come una pura transazione d’affari priva di connotazioni geopolitiche, sorda agli allarmi di Varsavia, di Londra, di Kiev e di Washington.

Quando i carri armati russi varcano il confine ucraino nel febbraio 2022, la Germania dipende per oltre metà del suo fabbisogno dal gas russo. La macchina bellica di Mosca continua così a incassare miliardi europei, mentre Putin chiude e apre i rubinetti adducendo pretesti tecnici per ricattare l’Occidente.
All’indomani dell’attentato, il catalogo delle spiegazioni oscilla tra l’assurdo e il romanzesco. Che Mosca abbia raso al suolo il proprio principale strumento di pressione sull’Europa — un’opera che ancora oggi ambisce a resuscitare — sfida ogni razionalità economica.

D’altra parte, accusare la Cia fraintendendo la promessa di Joe Biden di “bloccare il gasdotto” ignora che la Casa Bianca non ha bisogno di mute subacquee per raggiungere l’obiettivo: le sanzioni economiche bastano da sole a paralizzare qualsiasi acquirente europeo. Perfino la fantasiosa sortita del reporter Seymour Hersh, che scomoda incursori americani e marina norvegese, finisce smontata dagli analisti e serve solo alla propaganda del Cremlino per denunciare le trame degli “anglosassoni”. Nel frattempo Danimarca e Svezia preferiscono archiviare i fascicoli, sigillando ogni reperto in un silenzio prudente.

La verità è assai meno gloriosa e molto più sfrontata. A pianificare la distruzione del gigante sottomarino non è una superpotenza, ma un manipolo di ufficiali dell’intelligence ucraina che combattono la loro guerra ombra dal 2014. Nelle ore disperate della battaglia di Kiev, questi agenti individuano i nodi vitali delle entrate energetiche nemiche; e arruolano tre subacquei tecnici civili capaci di calarsi oltre gli ottanta metri di profondità, una competenza introvabile nei ranghi dell’esercito regolare. A bordo di un modesto yacht a vela noleggiato nell’isola di Rügen, con un budget complessivo di 300mila dollari — l’equivalente del costo di qualche automobile di lusso — sei persone cancellano un’infrastruttura da venti miliardi.

L’intelligence militare olandese scopre in anticipo il complotto e allerta la Cia; il direttore William Burns ordina di fermare l’incursione, gli ucraini rinviano l’operazione per un paio di mesi, poi agiscono di propria iniziativa.

A questo punto si compie il paradosso più stridente. Di fronte a servizi segreti alleati che alzano le spalle — nessuno a Bruxelles o a Varsavia piange la morte del gasdotto —, gli investigatori tedeschi si ritrovano isolati. Non hanno profili genetici, non hanno impronte, non hanno confessioni. Sanno solo da quale porto turistico è salpata la barca. Decidono allora di esaminare i fotogrammi degli autovelox posti lungo le due uniche arterie d’accesso, celebri per il rigore dei limiti di velocità. Al ventunomillesimo scatto compare una vettura con targa ucraina. Un software di riconoscimento facciale scaricato da internet fa il resto: il volto appartiene a un noto istruttore subacqueo di Kiev.

Mappando la sua cerchia, frugando nei video girati per caso dagli smartphone dei villeggianti e ricostruendo i movimenti bancari, la polizia federale emette sette mandati di cattura. Il presunto coordinatore, capitano dei corpi scelti, viene bloccato in Italia durante una vacanza e consegnato alla Germania; un secondo complice finisce in manette in Croazia, persino reclutato come consulente sul set cinematografico di Sean Penn.

L’epilogo si sposta ora nell’austera aula dell’Alta Corte Anseatica di Amburgo, dove il 14 ottobre va in scena una tragedia concettuale. Da una parte gli accusati rivendicano la legittimità dell’azione bellica contro il cuore finanziario dell’invasore, invocando l’immunità dei combattenti. Dall’altra, la procura tedesca rovescia il tavolo e contesta ai “combattenti” il crimine di guerra: il metanodotto riforniva la popolazione civile, era lontano dal teatro delle ostilità e chi ha posato le cariche indossava abiti borghesi.

È il trionfo della forma giuridica tedesca, cieca alle convenienze politiche: mentre la destra di Alternative für Deutschland cavalca il processo per chiedere la cessazione degli aiuti a Kiev, lo Stato di diritto procede incurante del contesto. Per ironia della sorte, il primo soldato a sedere sul banco degli imputati per crimini di guerra in questo conflitto non sarà un invasore russo, bensì Serhii Kuznietsov, ufficiale ucraino, reo di aver difeso la propria patria violando il codice penale dei suoi alleati.

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