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Wednesday, September 16, 2026

Iran, Amnesty International: “Crimini contro l’umanità per reprimere le proteste del 2022”

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Iran, Amnesty International: “Crimini contro l’umanità per reprimere le proteste del 2022”

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Oltre 1000 pagine, dettagli su 377 persone uccise (56 delle quali minorenni), 270 interviste, 2000 filmati verificati, 87 nomi di funzionari che dovrebbero rispondere alla giustizia internazionale di crimini contro l’umanità: almeno quelli sopravvissuti agli attacchi statunitensi-israeliani di quest’anno.

Al termine di una ricerca durata anni, Amnesty International ha ricostruito nei minimi dettagli la repressione delle proteste del movimento Donna Vita Libertà dell’autunno 2022, del cui inizio oggi ricorre il quarto anniversario.

Per stroncare la rivolta nata dopo la morte di Mahsa Jina Amini nelle mani della polizia morale, le autorità di Teheran hanno commesso i crimini contro l’umanità di omicidio, tortura, sparizione forzata, detenzione, stupro nonché quello di persecuzione per motivi politici, di genere, etnici e religiosi.

Cosa significhi l’impunità sistemica e istituzionale che copre i crimini delle autorità iraniane, a tal punto che chi li ha ordinati ed eseguiti non solo è restato al suo posto ma è stato anche promosso, lo abbiamo purtroppo visto in occasione dei massacri su vasta scala compiuti l’8 e il 9 gennaio 2026.

Il rapporto di Amnesty International documenta come le autorità iraniane abbiano mobilitato forze di sicurezza munite di armi da fuoco di tipo militare e fucili caricati con pallini metallici, impartendo ordini che hanno agevolato l’uccisione illegale di centinaia di manifestanti e passanti, tra cui decine di minorenni.

A guidare la repressione sono stati il Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica (Cgri) e il Comando di polizia della Repubblica islamica dell’Iran, noto con l’acronimo persiano Faraja. Non hanno agito autonomamente, bensì applicando una politica statale elaborata attraverso il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il Consiglio per la sicurezza dello stato e i consigli di sicurezza provinciali e locali: una politica attuata attraverso riunioni strategiche, ordini vincolanti, piani di dispiegamento, stanziamenti di fondi e armi e istruzioni affinché la risposta fosse “ferma e severa”. In un ordine è stata impartita l’istruzione di “rispondere senza pietà, fino a provocare la morte”.

In linea con una prassi consolidata di negazione e insabbiamento dei fatti, le autorità hanno riconosciuto soltanto 202 morti e hanno falsamente attribuito la maggior parte di esse a “rivoltosi” o “terroristi armati”, nonostante le schiaccianti prove del contrario.

Le 87 persone individuate con nome e cognome nel rapporto di Amnesty International sono 62 comandanti delle forze di sicurezza – tra cui 33 comandanti del Cgri e 27 del Faraja – e 25 funzionari del ministero dell’Interno, tra cui governatori provinciali e locali. Tra loro figurano dieci funzionari di livello nazionale e 77 funzionari di livello regionale, provinciale e locale, con responsabilità relative alle 17 municipalità delle province del Kurdistan, di Kermanshah e dell’Azerbaigian occidentale sulle quali Amnesty International ha condotto indagini approfondite.

Due nomi su tutti: Ahmad Vahidi, all’epoca ministro dell’Interno e successivamente divenuto comandante generale del Cgri, e Majid Mir Ahmadi, all’epoca viceministro dell’Interno per la polizia e la sicurezza.

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