Vietato obbedire, a Trento l'utopia libertaria sessantottina che incendiò l'Italia
Parte da Trento e dal suo innovativo progetto universitario, un racconto che pare il condensato della stagione italiana di quel grande incendio rivoluzionario divampato nel mondo con il '68, in quella parabola di grandi speranze ed altrettante sconfitte. Un affresco che è per metà cronaca di anni rivoluzionari, della radicale trasformazione della società, dell'evoluzione del pensiero e della politica, e per metà resoconto di vite, incontri, incroci esistenziali veri ma così unici da apparire quasi irreali, quasi finzione letteraria, romanzata.
Negli anni del boom economico, in quello sparuto angolo del Nord Italia, in quella città ai confini della nazione, pervasa da un cattolicesimo diffuso, sociale, non clericale, un cattolico riformatore, un "Kennedy alpino", Bruno Kessler, da presidente della provincia autonoma, si convince che la strada per far ritrovare a quel territorio una sua specificità, in un settentrione in via di convulso arricchimento, sia la cultura. E una nuova università. E' il 15 febbraio 1962 quando annuncia in Consiglio che a Trento sarebbe nato un Istituto universitario per lo studio delle scienze sociali: il primo in Italia. Kessler vuole formare una nuova classe dirigente capace di comprendere i cambiamenti sociali e le sfide politiche del futuro.
La sua è una scommessa in cui in pochi credono ma che, grazie alla sua incrollabile fiducia, riesce a vincere. I corsi partono il successivo novembre: gli studenti sono 224. Tra loro Marianella Pirzio Biroli che lì a Trento farà poi amicizia con Renato Curcio che si iscrive però solo nel 1964 dopo aver frequentato per un anno l'ateneo da esterno. Per il futuro fondatore delle Br sono anni incerti e vagabondi: studi irregolari, un padre da cui aveva preso il nome ma non il cognome (ufficiale dell'esercito che aveva messo incinta la mamma 18enne e poi finita guerra - era sul fronte russo - aveva preso la sua strada occupandosi del figlio prima con piccolo sostentamento poi divenendone formalmente tutore, grazie ad un lavoro nel cinema a cui era arrivato in quanto fratello di Luigi Zampa). Poi Marco Boato, arrivato nel '63 da Venezia, o ancora, Margherita Cagol o Guido Rostagno. In cattedra, tra i tanti, Francesco Alberoni, Chiara Saraceno, Giorgio Galli, Mario Monti, Romano Prodi.
In quegli anni turbolenti, ad accendere la scintilla della protesta a Trento è però la battaglia per far ottenere all' Istituto di Scienze Sociali - in cui per iscriversi non serviva aver frequentato il liceo ma bastava un diploma di istituto tecnico - il riconoscimento dell'ordinamento universitario: il 24 gennaio 1966, la facoltà di Via Verdi a Trento è la prima università italiana ed essere occupata.
E' solo la prima di una lunga serie di occupazioni che, di pari passo con il dilagare della protesta nel resto d'Italia, finirà poi per trascinare quell'effervescenza intellettuale da cui nacquero le grandi riforme civili degli anni settanta nella buia stagione del terrorismo.
Una parabola che Concetto Vecchio, giornalista de la Repubblica e scrittore, traccia in questo libro appena riedito dalla Utet, un racconto puntuale che documenta il fermento culturale degli anni della contestazione (che tra l'altro vide l'ateneo di Trento anche come la culla del movimento femminista), che dalle istanze di rinnovamento della società finì stritolato tra bombe e reazione.
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