Va bene il pluralismo, ma in un partito qualche paletto va messo: a Schlein serve più coraggio
Ho già scritto in questo blog che fu un errore costituire il Pd fondendo a freddo anime con tradizioni storiche, culturali e politiche troppo diverse. Quella scelta fu anacronistica, cioè scollegata dai cambiamenti che già si stavano registrando nel mondo occidentale: gli effetti della globalizzazione, la crisi del liberismo economico di fronte all’emergere di monopoli tecnologici, l’aumento della disuguaglianza all’interno dei paesi, la crisi morale degli Stati Uniti. Ma cosa fatta capo ha.
Il tema critico oggi per il Pd è il rapporto tra la maggioranza e la segretaria Schlein, da un lato, e la minoranza dei “riformisti” dall’altro. Alcuni parlamentari e diversi esponenti, spesso non proprio giovani e ormai usciti dalla politica attiva, contestano sistematicamente le posizioni della segretaria con interviste, post, dichiarazioni e persino disegni di legge. Il ddl sull’antisemitismo è solo uno dei tanti temi di dissenso. Viene ventilata la possibilità di tassare i super ricchi? No, fa scappare i capitali e porta poco gettito. Si propongono sanzioni a Israele? No, in realtà senza neanche chiarire perché.
La segretaria dei Giovani Democratici parla di diserzione in caso di un invio di truppe in Ucraina (difficilmente compatibile con l’art 11 della Costituzione)? Apriti cielo. Si prova a ragionare di post-liberismo e del rilancio di un ruolo più incisivo dello Stato in economia? No, non ci sono alternative al liberismo economico. E così via.
Che fare? In primo luogo constatare che siamo in un regime democratico pluralista, non bipartitico all’americana. Negli Stati Uniti il sistema elettorale, congegnato più di 200 anni or sono, è basato sulla competizione tra due partiti, costringendo la rappresentanza nelle strettissime maglie della scelta tra due candidati e imponendo una durissima competizione interna ai partiti. L’elezione per la seconda volta di Donald Trump mostra bene i limiti di questo sistema. In Italia, circa 10 partiti possono superare la soglia di sbarramento del 3%. Questo permette di articolare le possibilità di scelta per l’elettore. È un bene. Certo, c’è il problema della governabilità e infatti si andrà a votare con la possibilità di scegliere tra alleanze, in sostanza due. Quindi bisogna ragionare pensando al nostro sistema democratico e non a quello di altri paesi.
I sistemi con più partiti e rappresentanza proporzionale permettono di rappresentare meglio la varietà delle posizioni nella società. Con tanti partiti le differenze hanno maggiore spazio per esprimersi e proprio perchè l’offerta politica è ampia, chi dissente ha un’alternativa reale: il pluralismo sta tra i partiti, non deve paralizzare o indebolire il singolo partito.
Tutti (o quasi) auspicano che il campo largo (Pd, M5S, Avs) tenga. A mio parere ben venga anche Italia Viva, non perché sia entusiasta del leader e del programma, ma per avere più probabilità di vincere. La speranza è che lo capiscano anche fuori dal Pd.
Per tornare al Pd, il rumore che fa la minoranza “riformista” e di alcuni fondatori è molto pericoloso. Lo indebolisce all’interno e dà agli elettori l’impressione di un partito come accozzaglia di idee troppo diverse e di personalismi esasperanti. Meglio sarebbe che i dissenzienti o stessero un po’ più zitti oppure che uscissero, probabilmente per entrare in Italia Viva, anche perché alcuni di loro vengono proprio dalla prima vita politica di Renzi.
La segreteria del Pd dovrebbe avere più coraggio. Innanzitutto mettendo più paletti ideali e culturali e chiedendo che vengano rispettati. Poi rafforzando il processo democratico interno. Che ci piaccia o meno, i leader sono essenziali nella vita democratica, ma per sua natura un partito che si richiama ai valori del pluralismo democratico e alla libertà dovrebbe far emergere le proprie posizioni da un processo partecipativo strutturato, utilizzando nettamente di più le opportunità delle piattaforme digitali.
Posizioni costruite e legittimate dalla partecipazione nel partito sono la precondizione per decisioni sull’appartenenza. Ovviamente, non si chiede a tutti di pensarla come la linea del partito e neanche di reprimere la libertà di espressione. E neanche di impedire posizioni minoritarie, di coscienza, su grandi questioni morali. Ma qualche paletto va messo, altrimenti non si appartiene a un partito.
Un conto è ribadire la propria posizione nel partito, un altro è rilasciare interviste ai media o lanciare una campagna social, magari sfruttando posizioni economiche privilegiate. Non è il centralismo democratico di vecchia memoria, proprio perché occorre evitare il centralismo. Ma stare in un partito, soprattutto se con principi ideali e un funzionamento democratico, vuol dire riconoscersi nei suoi fondamentali, che devono essere maggiormente chiariti, e anche accettare le decisioni della maggioranza.
Un partito non è un talk show permanente: si discute dentro, si decide insieme, e poi si sta alla decisione. O si cambia casa.
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.