Trieste, scontri tra manifestanti e polizia dopo i morti al Porto Vecchio. Ma sull’accoglienza anche gli agenti accusano la politica
Tre poliziotti feriti, una donna denunciata e una manifestazione per ricordare due giovani morti trasformata in una serata di scontri. È il bilancio di venerdì 6 novembre a Trieste, quando circa 200 persone si sono ritrovate in piazza Libertà per chiedere risposte dopo l’incendio nel Porto Vecchio (foto). Una parte dei manifestanti ha tentato di occupare l’ex mercato comunale di via Flavio Gioia, da anni al centro delle richieste delle associazioni che assistono i migranti perché diventi un dormitorio per togliere le persone dalla strada. La polizia è intervenuta per impedire l’occupazione e sono seguiti scontri, manganellate e lanci di oggetti. Il vicario della Questura Leonardo Boido è stato colpito alla testa da una bomba carta, esplosa dopo essere caduta a terra. Ricoverato all’ospedale di Cattinara, è stato già dimesso ed è “già pronto a tornare al lavoro”, ha riferito il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi che gli ha espresso solidarietà al telefono. Una donna di Brescia è stata fermata, denunciata per resistenza e rilasciata dopo che un centinaio di persone si sono radunate davanti alla Questura.
La manifestazione era la seconda dopo la morte di Marilisa Covasso, 21 anni, friulana, e di un 23enne marocchino, rimasti intrappolati nel Magazzino 18 del Porto Vecchio durante l’incendio divampato nella notte tra domenica e lunedì. Secondo le ricostruzioni investigative, le fiamme sarebbero partite da un fuoco acceso al piano terra da altri stranieri presenti nell’edificio fatiscente, com’è da anni anche per i richiedenti asilo, che in città arrivano ad aspettare mesi per poter formalizzare la loro domanda di protezione e nel frattempo non ricevono alcuna accoglienza pur avendone diritto. Al piano superiore, i due giovani rifugiati in uno stanzino sarebbero morti per le esalazioni. La Procura indaga per omicidio colposo. Nei giorni successivi la polizia ha intensificato controlli e sgomberi negli edifici abbandonati, rintracciando giovedì una cinquantina di persone. Solo un altro sgombero a Trieste, ma il problema di dove possano trovare riparo resta perché mai risolto nonostante il centrodestra sia saldamente al controllo di Comune e Regione.
Gli scontri di venerdì hanno suscitato una condanna trasversale. Oltre a Piantedsi, il governatore leghista Massimiliano Fedriga ha espresso totale sostegno alle forze dell’ordine: “Attaccare i servitori dello Stato è semplicemente inconcepibile e non tollerabile in uno Stato democratico”. L’assessore regionale alla Sicurezza Pierpaolo Roberti ha accusato una “scomposta campagna elettorale” di avere trasformato la morte di due persone “del tutto estranee ai temi dell’accoglienza” in una “presunta mancanza delle istituzioni”. Anche il Pd ha condannato le violenze. Per la segretaria regionale Caterina Conti, “chi ha organizzato e perpetrato questi atti è fuori dalla dialettica civile”. Ma la segretaria triestina Maria Luisa Paglia avverte: “L’immobilismo nella gestione dell’immigrazione non garantisce affatto sicurezza: al contrario, alimenta tensioni”. E ricorda che in Porto Vecchio si contano già quattro morti in meno di un anno.
Anche in piazza, del resto, non tutti hanno condiviso l’occupazione, anzi. Valeria Sirigu, presente alla manifestazione, ha scritto su Facebook di essersi dissociata immediatamente dalla proposta di aprire l’edificio: “Non ritenevo, e non ritengo, che l’occupazione arbitraria di un edificio pubblico rappresenti una soluzione corretta, né dal punto di vista giuridico né da quello politico”. Senza però dimenticare le ragioni della piazza: “Sarebbe altrettanto sbagliato utilizzare gli incidenti per eludere le responsabilità amministrative e politiche relative all’accoglienza”. E sull’ex mercato di via Flavio Gioia chiede che il Comune chiarisca quali interventi siano necessari, quanto costino e quanto tempo richiedano. Perché, conclude, “la sicurezza degli edifici e la sicurezza delle persone non sono obiettivi contrapposti: devono essere perseguiti insieme”.
Non a casa, proprio dai sindacati di polizia Siulp e Coisp, oltre alla solidarietà ai colleghi feriti, è arrivata la denuncia alla politica locale: Trieste “sta pagando un prezzo altissimo per l’incapacità di gestire un’emergenza ormai cronica”. Ricordano che “qualche anno fa si discuteva della realizzazione di un hotspot” ma “si è preferito ripristinare i controlli alla frontiera slovena, senza risolvere le criticità che continuano a interessare la città”. E aggiungono: “Hotspot o strutture di accoglienza a bassa soglia, non necessariamente riservate in via esclusiva ai migranti, significa poter governare un fenomeno anziché subirlo, garantendo maggiori possibilità di controllo sotto il profilo di sicurezza, ordine pubblico, prevenzione sanitaria e decoro urbano”. Nella sostanza, la stessa richiesta che volontari e associazioni umanitarie avanzano da anni. I sindacati denunciano aggressioni, rischi e logoramento degli agenti per una situazione “che la politica ha di fatto lasciato cronicizzare”. Mentre chi assiste le persone in piazza Libertà chiede un luogo dove nessuno debba scegliere tra il freddo della strada e un edificio pericolante.
Perché proprio via Gioia? L’ex mercato chiuso dal 2016, a pochi passi dalla stazione e dagli attigui, famigerati ex magazzini del Porto Vecchio, è di proprietà comunale. Ha 2.330 metri quadrati, 49 box, allacciamenti idrici ed elettrici, servizi igienici e docce. Con gli adeguamenti necessari, secondo le opposizioni potrebbe ospitare fino a cento brandine, dopo gli adeguamenti necessari. Una struttura a bassa soglia offrirebbe riparo temporaneo, servizi essenziali e un’alternativa agli edifici abbandonati. Andrebbero definite modalità di gestione, identificazione e ingresso e non è detto che avrebbe accolto le due giovani vittime dell’incendio. Ma forse quell’incendio non sarebbe divampato se chi l’ha acceso avesse ricevuto accoglienza. Già nel 2022 il Comune aveva ipotizzato un dormitorio, poi abbandonato per le resistenze della maggioranza. Nel 2024 ci furono sopralluoghi e nuove richieste. Ora il Comune sostiene che servano interventi agli impianti, ai bagni e alla sicurezza, stimando fino a un anno per rendere utilizzabile l’edificio. Altri ritengono possibili tempi decisamente più brevi. Si fosse cominciato allora, anche seguendo la stima più prudente, oggi il dormitorio sarebbe aperto e l’inverno farebbe meno paura. Invece no. Il sindaco Roberto Dipiazza ha addirittura evocato un “effetto calamita”. “Non voglio che Trieste venga trasformata in un hub dove tutti vengono qua a chiedere asilo”. Tesi assurda, ma tanto basta a impedire che in un edificio vuoto e disponibile possano incontrarsi esigenze apparentemente contrapposte, evitando di lasciare persone all’addiaccio e di consegnare alla polizia le quotidiane conseguenze.
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