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Monday, October 26, 2026

Perché militarizzare le notizie per spremerle e ottenere un bel titolone è indecente

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Perché militarizzare le notizie per spremerle e ottenere un bel titolone è indecente

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Ci sono mille modi per abitare le notizie, per farle conoscere, comprendere, viverle e restituirle a chi legge. Ma militarizzarle, forzarle e spremerle per un bel titolone “di prima” è indecente.

Qui anche la forma è sostanza, e l’informazione ha il potere di indirizzare la percezione della realtà e condizionare, soprattutto, il modo in cui viene interpretata. Contribuisce a formare giudizi, e di questo giornaliste e giornalisti sono responsabili. Perché non occorre raccontare una falsità per manovrare l’opinione pubblica. Basta scegliere un termine invece di un altro, enfatizzare un dettaglio, suggerire un’associazione di idee, attribuire un significato che i fatti da soli, magari, non avrebbero mai dimostrato.

È in questo spazio, sottile ma determinante, che si inserisce il linguaggio della rappresentazione mediatica: può precedere la conoscenza dei fatti, consegnare a chi legge un’interpretazione, una cornice. È il meccanismo descritto nel 1993 da Robert Entman nella sua teoria del framing. Selezionare alcuni aspetti della realtà e attribuire loro maggiore rilevanza significa costruire una cornice interpretativa capace di influenzare il modo in cui vengono compresi i fatti, individuate le responsabilità e formulati persino i giudizi morali. Non è un effetto automatico, ma un processo attraverso il quale l’informazione può favorire determinate letture della realtà rispetto ad altre.

La cornice è costruita di parole, ed è stata costruita molto male attorno alle cronache legate al Movimento 17 ottobre e al ragazzo indicato come la “mente” dell’organizzazione. Mente in base a cosa? Il 26 ottobre, Repubblica ha descritto il pubblico social del movimento con espressioni come “esercito arruolato online” e lui, il trentenne, come il “comandante”. Ecco che torna il concetto di militarizzare le notizie. Perché un follower non è un soldato, iscriversi a una chat non significa aderire a un movimento, né tantomeno arruolarsi. E amministrare un canale social non dimostra che una persona sia la mente di ogni fatto accaduto in Italia, né l’esistenza di una struttura gerarchica.

Il meccanismo del framing descritto da Entman è riconoscibile proprio nella cornice militare suggerita da quelle parole. Ed è evidente quanto una scelta lessicale possa orientare la lettura di una notizia. Quanto la forma sia sostanza.

Lo è anche quando si ignorano le cautele imposte dalla deontologia e si sbatte un minore in prima pagina. È ancora Repubblica, nel racconto di un altro fatto legato alle mobilitazioni e malcontento di questi giorni, a rendere identificabile un bambino di soli 11 anni. Il Comitato di redazione del quotidiano aveva inviato una nota interna, prima ancora che esplodesse il clamore, richiamando tutta la redazione al rispetto della Carta di Treviso e dell’articolo 12 del Codice deontologico delle giornaliste e dei giornalisti. “La rilevanza pubblica di una notizia non comporta automaticamente la rilevanza pubblica di ogni dettaglio personale”, scriveva il Cdr, invitando a evitare “rappresentazioni stigmatizzanti, sensazionalistiche o lesive della dignità di adolescenti o addirittura bambini”. E ricordando che il rispetto della deontologia è “una responsabilità collettiva della redazione e di tutta la catena di comando della testata”.

Due episodi diversi, ravvicinati, inseriti entrambi nel racconto delle proteste; due vicende nelle quali la rappresentazione mediatica rischia di prendere il sopravvento sulle ragioni dei fatti, spostando i riflettori sul cattivo di turno, sul colpevole, di cui l’opinione pubblica ha fame; fame di nomi, cognomi, dettagli, di una costruzione di figure simboliche, della ricerca di un colpevole. Fino a far passare in secondo piano la notizia: perché ci sono manifestazioni, malcontento, proteste? Quali ragioni alimentano questa mobilitazione?

La responsabilità, attenzione, non si esaurisce con il giornale che il giorno dopo viene usato per incartare il pesce. Va oltre l’immediatezza della cronaca, riguarda la memoria collettiva. Ad Albert Camus, scrittore e giornalista, è attribuita la definizione, magistrale, del giornalista come “storico dell’istante”. Ciò che raccontiamo oggi diventerà parte della memoria di domani. Della storia che studierà chi verrà dopo di noi, che consegneremo alle generazioni future e che, se riportata in modo distorto conserverà, insieme ai fatti, anche i pregiudizi, le semplificazioni e le deformazioni del linguaggio con cui sono stati narrati.

Per questo la scelta delle parole non può essere liquidata come questione di stile: è la lente attraverso la quale la società comprende il proprio presente e costruisce, domani, il proprio passato. Sì, un titolo può durare un giorno. Ma il giudizio che contribuisce a formare molto, ma molto di più.

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