“Non voglio i soldi di chi non mi piace. Ho vissuto 10 anni super povero, in Amazzonia mangiando scarafaggi. Manganellare chi protesta è come curare un mal di pancia spaccando la testa”: così Gio Evan
“Io non voglio tutti sotto il mio palco. A me la maggior parte delle persone non piace. Non voglio i loro soldi, non voglio che facciano fila insieme al mio pubblico“. È una presa di posizione netta e totalmente estranea alle logiche del mercato discografico quella che segna la densa intervista rilasciata da Gio Evan a Open. L’artista, scrittore e cantautore (all’anagrafe Giovanni Giancaspro) si scaglia contro il sistema performativo occidentale, il mito del successo e le storture della politica, difendendo a spada tratta la necessità di schierarsi apertamente e di prendere posizione, anche a costo di dimezzare le vendite dei propri biglietti.
Contro la prassi di molti colleghi che preferiscono il silenzio per non alienarsi parte dei fan, Gio Evan rivendica la divisione come atto di onestà: “Abbiamo paura di esporre il nostro pensiero più autentico, perché dal momento che lo sfociamo comunque può compromettere relazioni, può compromettere posizioni di lavoro”, analizza l’artista. “Io sono un artista e se mi schiero vuol dire che metà dei biglietti non saranno venduti. Ma qua bisogna fermarci e dire che non ne vale la pena”.
La sua non è una resa, ma una selezione chirurgica della propria utenza: “Io amo non amare, da morire, chi non amo. Amo incontrare persone alle quali posso dire: ‘Guarda grazie, perché non ti devo amare'”. Un approccio che si traduce nel rifiuto sistematico dei meccanismi dell’industria discografica. Interrogato sulla sua capacità di dire “no” ai dirigenti delle major, ribadisce la propria distanza dalla vanità e dai compromessi: “Voglio che il mio percorso non abbia un traguardo, perché per arrivare ai traguardi, per trasformare la vita in un traguardo, devi scendere a compromessi. Non mi interessa. Io ho vissuto dieci anni super povero, ho vissuto tre anni in Amazzonia mangiando scarafaggi, ma figurati se adesso vengo in Italia e mi ammalia la pubblicità”.
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