Giulia Vecchio e Un weekend artificiale: "Essere autoironici ci rende umani"

Dal 12 novembre al cinema con Un weekend artificiale di Leonardo Pieraccioni, Giulia Vecchio racconta Cristiana, il provino nato sotto il segno di una batteria scarica e la famiglia del Ciclone ritrovata sul set trent’anni dopo. Poi il GialappaShow, dove i personaggi nascono da un mondo da prendere in giro più che da una persona da imitare, la sfida di Hot Ones Italia, il nuovo spettacolo teatrale Prima dello sparo e una riflessione sull’intelligenza artificiale, tra consolazione notturna e timori per il futuro
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«L'uomo è meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera e vi dirà la verità». Lo scriveva Oscar Wilde in Il critico come artista, nel 1891. E forse nessuno, oggi, incarna questo paradosso meglio di Giulia Vecchio, la mattatrice delle imitazioni del GialappaShow che dal 12 novembre è al cinema con Un weekend artificiale di Leonardo Pieraccioni. Basti pensare al ladruncolo di Kagemusha di Akira Kurosawa (1980): scelto per la somiglianza con il signore della guerra Takeda Shingen, ne studia la voce, i gesti, perfino il modo di sedersi, fino a ingannare l'esercito e la corte. Solo il cavallo del condottiero non si lascia abbindolare e lo disarciona. Ecco, Giulia i cavalli non li ha ancora messi alla prova. Con gli esseri umani, invece, le riesce benissimo.
In fondo, se nasci a Mesagne il 18 marzo 1992, cresci a Brindisi e al liceo classico collezioni ogni anno un debito in latino e greco (parole sue), il destino pare suggerirti di lasciar perdere i classici. Invece no. Il teatro arriva come una via di fuga dalla provincia, poi il diploma al Piccolo di Milano, Luca Ronconi nel Calderón di Pasolini, L'opera da tre soldi di Brecht diretta da Damiano Michieletto, accanto a Rossy de Palma, musa di Almodóvar. Quindi la televisione, da Il paradiso delle signore, ispirato all’universo narrativo di Émile Zola ,a Don Matteo, il collettivo dei Contenuti Zero, Bar Stella, i microfoni di Radio2 Social Club. Tant'è che quando nel 2025 approda al GialappaShow, la comica è già un'attrice fatta e finita. E si vede. La sua Milly Carlucci, la sua Monica Setta, la sua Iva Zanicchi, la sua Valeria Bruni Tedeschi, la sua Emma Marrone non sono fotocopie: sono mondi presi in giro attraverso una persona. Poi la conduzione di Hot Ones Italia, raccogliendo il testimone da Alessandro Cattelan, e quest'estate perfino uno stornello salentino sul palco della Notte della Taranta. Insomma, chiamarla poliedrica è quasi riduttivo.
Ora, dopo Cena di classe di Francesco Mandelli e Un tranquillo funerale di famiglia di Massimiliano Bruno, arriva l'incontro con il cinema di Pieraccioni. Il regista toscano dice di aver scelto attori capaci di «rendere leggeri anche i pensieri più pesanti», e in Un weekend artificiale ha chiuso sette sconosciuti in una villa da sogno con un compito degno del test Voight-Kampff (quello con cui, in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? di Philip K. Dick, si smascherano le macchine misurandone l'empatia): scoprire chi tra loro è un umanoide creato dall'intelligenza artificiale. Giulia interpreta Cristiana, interior designer.
L'ho incontrata e intervistata di persona, qui a Sky. Ne è uscita una conversazione che parte da una batteria della macchina scarica e arriva al potere degli oligarchi, passando per Anna Magnani, Penélope Cruz e un nuovo spettacolo in cui le maschere si ribellano alla loro creatrice. Giulia racconta ridendo anche le proprie fragilità, con la generosità di chi sa che l'autoironia è il modo più serio di essere umani. Del resto, aveva ragione Wilde: a volte, per dire la verità, serve una maschera. E lei ne ha parecchie, tutte indimenticabili.
Il provino e il segno di Leonardo
Che cosa hai pensato quando Pieraccioni ti ha detto: sarai Cristiana?
Chiaramente è stata una notizia molto bella. In primis perché, banalmente, mio papà si chiama Leonardo e ha la sua stessa età. Il giorno del provino mi si era scaricata per l'ennesima volta la batteria della macchina, così mio padre mi aveva lasciata all'ingresso gridandomi: «Devi cambiare la batteria!». Sono entrata in ritardo e Leonardo mi ha detto: «Sì, perché te sei come la mia figliola, bisogna ripeterti le cose un sacco di volte». È stata una contentezza un po' speciale, come se fosse anche un segno personale.
Cristiana, senza accento
Come ti sei avvicinata al personaggio? Hai lavorato prima sullo sguardo, sui gesti, sulla voce?
Paradossalmente destrutturando tutto ciò che poteva essere un carattere, che invece è la mia pulsione istintiva: l'accento, una particolarità da catturare. Cristiana ha un ruolo, come se tutti noi ne avessimo uno, e il suo è fare la designer. Il resto è meglio scoprirlo in sala.
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Trent'anni dopo il Ciclone
Vieni da un collettivo comico, i Contenuti Zero, e Pieraccioni dice di aver scelto soprattutto attori della comicità. In un film corale hai ritrovato qualcosa del lavoro di gruppo a teatro?
Abbiamo girato poco tutti insieme, a parte l'inizio, quando si tratta di trovare l'umanoide. Però, stando accanto a Massimo Ceccherini e a Tosca D'Aquino, attori che con lui avevano già lavorato, sentivo che dopo trent'anni era come far parte di un ciclone vero, che loro non hanno mai messo via, perché hanno una sintonia bellissima. E poi ho lavorato con colleghi che stimo tanto, come Marta Zoboli e Giovanni Esposito, con cui avevo già lavorato con Stefano De Martino e in Cena di classe, e Alessandro Mauthe, con cui avevo appena girato con Massimiliano Bruno. Mi sono sentita parte della scena comica cinematografica, ma con artisti che sono innanzitutto attori e poi anche comici. Come Roberto Zibetti, che è bravissimo, pazzesco: con lui condivido anche Ronconi e una parte del percorso teatrale.
Quanto ti ha aiutato quel percorso teatrale, al cinema e in tv, a indossare così tante maschere?
È come allenarsi per le Olimpiadi: quando poi ti buttano nel mondo normale dici «vabbè, vado con tutto l'allenamento che ho fatto». E oggi più che mai mi aiuta a preservare la parte di creazione artistica, ad avere uno sguardo preciso sulla lettura del testo e sulla costruzione del personaggio. A prendermi il tempo vero dello studio, insomma, e non farlo solo nella velocità del dover dare, dare, dare. Dare attenzione al percorso prima di arrivare alla performance.
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Non so piangere a comando
Il tuo primo spettacolo si intitolava Non so piangere a comando. È vero?
Sì. Era una partenza autobiografica, perché era tutta una fase, normale per tutti gli attori, di provini per fiction e cinema in cui spesso ti chiedevano di piangere subito, al provino e anche sul set. E non è detto che un attore debba farlo. Ultimamente Matilda De Angelis diceva che, avendo gli occhi chiari, se fissa un punto si emoziona. Io ho scoperto che per me è più difficile.
E adesso stai scrivendo uno spettacolo nuovo.
Si chiama Prima dello sparo, è per la prossima stagione e lo sto scrivendo con Giuliano Rinaldi, che al GialappaShow è l'autore anche di tutti i miei personaggi. Racconta le maschere che si ribellano alla loro creatrice: è uno spettacolo comico di ribellione, una cosa importante in questo momento, secondo me.
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Indagatrice dell'animo umano
Nel film bisogna capire chi, fra sette persone, non è umano. Tu che osservi le persone per imitarle, nella vita ti accorgi quando qualcuno sta recitando?
Penso di sì. C'è tutta la funzione dei manuali, se uno si tocca il naso, lo sguardo a sinistra o a destra, il tipo di scrittura: ho avuto anche un periodo di passione per la criminologia. Sì, un po' sono un'indagatrice dell'animo umano: già nell'ascolto cerchi di capire se c'è qualcosa. Però ti dirò che lo cerco anche nelle imperfezioni, che sono un po' l'elogio di questo film, e nell'autoironia. Essere autoironici ci rende molto umani: prendersi in giro e prendere in giro senza avere paura, perché siamo tutti vulnerabili, abbiamo tutti delle fragilità.
L'intelligenza artificiale e la gentilezza
La gentilezza sembra diventata un gesto punk, mentre ci viene chiesto di essere sempre performanti, quasi fossimo noi gli automi. Tu che rapporto hai con l’intelligenza artificiale?
Ti racconto una cosa. Una delle mie amiche più care, dopo una separazione, mi ha detto: «Non parlo più con la mia psicologa, sto parlando con l'intelligenza artificiale e mi sta facendo bene». Le ho detto: «Tu sei pazza totale». Poi ci ho provato io, in una notte di sconforto. E la restituzione che ti dà, chiaramente finta, è talmente gentile e di supporto: leggi «hai ragione a sentirti così», «secondo me potresti fare questo, ma anche quest'altro, però è giusto anche quello che hai pensato». Abbiamo bisogno del contrappunto, della polemica, certo. Ma se ci sta rapendo così tanto è perché offre una forma di rassicurazione di cui in questo momento abbiamo bisogno.
Questo è il lato positivo. E l'altro?
Non sono tutte cose positive, anzi. C'è una parte assolutamente pericolosa, che va regolamentata e di cui si parla pochissimo, e di cui anche la politica si sta facendo carico troppo poco. Non solo le immagini finte, le cose che vengono spacciate per vere: I grandi della Terra che ci stanno lavorando sono già arrivati a un livello talmente alto che si parla di un decennio in cui potrebbero succedere anche delle catastrofi, legate a un risvolto quasi cannibalistico dell'intelligenza artificiale. E noi non sappiamo niente. È tutto in mano ai potenti.
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Come nasce un personaggio al GialappaShow
I personaggi dello show li crei tu e poi li proponi agli autori?
Dipende. Con me si sono un po' fidati, perché la mia prima proposta era stata Monica Setta, che allora faceva Storie di donne al bivio, e loro in realtà non la conoscevano. Gli avevo parlato della mia voglia di prendere in giro quella sorta di intervista retorica al femminile, anche molto folkloristica. Dicevo: secondo me dobbiamo farlo. Poi hanno visto, con orgoglio, quanto stesse funzionando, e mi hanno lasciato carta bianca anche su altre cose. Adesso la proposta la faccio io. Con l'autore c'è un tempo di concepimento non troppo breve, perché l'idea me la devo sentire, masticare. Ma soprattutto a me non piace partire da chi voglio imitare: mi piace partire da quale mondo voglio prendere in giro, quale mondo voglio guardare con un'altra lente.
Per esempio?
«Adesso sto facendo Emma Marrone. Io non volevo imitare Emma: da un po’ avevo in mente di fare, passami il termine, la parodia della femminista talmente estrema e accanita, talmente rigida da creare quasi una distanza, da diventare retorica. Emma è stata, suo malgrado, il personaggio che ci ha portato lì.
Quindi non è solo osservazione, in Carlucci e in Zanicchi c'è molto di tuo.
È davvero la parodia di un mondo. Di Iva, per esempio, mi facevano ridere queste signore della tv che, superata una certa età, vogliono rimanere lì, tanto da sentire quel posto come casa. Il fatto di avere le ciabatte: lei per anni è stata nelle case degli italiani, e a un certo punto il bisogno di esserci è così forte che quella diventa casa tua. Iva è stata un mezzo per arrivare a dire questo. La Carlucci invece è stata forse la più difficile, perché è un mondo talmente perfetto e veloce che bisognava trovare dove fosse la stortura. E così l'ascella, «ascella, ascella», è stata l'unica cosa che ci siamo un po' inventati. Con l’autore ci dicevamo: secondo noi Milly sta h24 a pensare a chi portare a Ballando con le stelle.
Hot Ones e la maschera che cade
Con Hot Ones Italia sei passata dall'altra parte, a fare le interviste. Che cosa ti ha insegnato?
È stata la mia primissima conduzione televisiva, avevo fatto solo radio, a Radio2. E non era facile, perché raccoglievo il testimone da Cattelan, che oltre alla stima è proprio un presentatore molto bravo, soprattutto in territori brillanti come Hot Ones. Lì il gioco era far cadere la maschera della persona che veniva. Tutti noi siamo personaggi, ma se ti metto lì, con la sfida del piccante, il corpo non ha più il controllo, cioè la testa non ha più il controllo sul corpo. Che cosa succede, come cade questa maschera? Ho cercato di giocare con l'ospite proprio su questo.
Magnani, Penélope Cruz e il teatro come casa
Hai sempre voluto fare l'attrice?
Non potevo fare altro, credo. Anche perché a scuola non andavo bene. Forse era anche un modo per distaccarmi dalle possibili volontà degli altri, anche se i miei mi hanno supportata. La sorella di mia mamma era cantante, mio papà è geometra ma lavorava in tribunale e mi diceva: perché non fai l'avvocato? Volevo sorprendere, ma è stata soprattutto un'esigenza reale: era il modo migliore per tenere insieme tutte le arti che sentivo mi appartenessero, non solo una. E poi in teatro eravamo una massa di disagiati, per cui dicevo: questo è il mio posto.
Com'è andata con Miss Italia? Te lo ricordi?
Mio padre mi aveva iscritta un po' per farmi capire che in realtà ero bella, perché non me l'aveva mai detto. Era un po' un gioco, ed è andata bene fino a lì. Ma è stata più che altro un'esperienza, tipo un campus estivo: tutte ragazze di 17, 18 anni, ci avevano fatto conoscere una nutrizionista per insegnarci a mangiare bene, cose così. E mi ricordo di Milly Carlucci, che mi ha anche presentata.
Avevi dei modelli?
La Magnani ce l'ho avuta sempre come riferimento. I riferimenti nel tempo cambiano, cambia il modo di ascoltarli, di vederli. Anche la Gialappa, a suo modo, lo è stata. E all'inizio ascoltavo Janis Joplin: se la risento adesso la ascolto con altre orecchie, ma c'è qualcosa dentro che mi si accende ancora, come con la bossa nova. E poi c'è un film a cui penso ancora adesso: Non ti muovere di Castellitto. Penélope Cruz lì, secondo me, è spaziale. Mi aveva smosso qualcosa. E poi nella mia famiglia c'è tanta attorialità, anche se nessuno lo fa di mestiere.
C'è un regista con cui ti piacerebbe lavorare?
Forse mi hanno sempre ispirato più gli attori, lo dico in maniera molto semplice: era quello che catturava la mia attenzione, più della parte registica. Anni fa ho conosciuto Rossy de Palma, la musa di Almodóvar, abbiamo fatto insieme uno spettacolo al Piccolo Teatro (L'opera da tre soldi di Brecht, diretta da Damiano Michieletto nel 2016, ndr). Per me chi tiene ancora in mano l'arte, nel senso più materico del termine, è la persona con cui mi piacerebbe di più creare delle cose, a prescindere dal nome.
L'incontro con Strippoli e la parodia di Valeria Bruni Tedeschi
E da spettatrice che film ti piacciono?
Ultimamente ho conosciuto Paolo Strippoli, un regista giovanissimo, e mi piacciono tutti i suoi film. Super carino, umilissimo. Ho sempre pensato che i veri artisti avessero una dose di umiltà e un animo bello: l'ho conosciuto per due secondi e abbiamo parlato sulle stesse corde. Mi è piaciuto tantissimo L'estranea.
Lì c'è Valeria Bruni Tedeschi, che tu imiti. Cambia qualcosa quando fai la parodia di un'attrice?
Ti racconto questa. Ci siamo incontrati alle Giornate di Cinema a Riccione, Strippoli mi ha detto che impazziva per le mie parodie e mi ha presentato Jasmine Trinca, che le conosceva tutte e me le elencava per nome. Poi sono andata a vedere L'estranea e a un certo punto il personaggio di Valeria Bruni Tedeschi dice: «E allora tu domani muori» (nelle sue parodie dell’attrice, Giulia Vecchio usa spesso espressioni come «Guarda che muori», ndr). Ho pensato: geniale, incredibile. Magari non ci hanno nemmeno pensato. Riuscire a prendere un'attrice come Valeria Bruni Tedeschi, trovare le cose da prendere in giro, e poi rivederla così incredibile, grandiosa nell'interpretazione: mi fa sentire molto fortunata.
Un horror lo faresti?
Secondo me le belle storie, a prescindere dal genere, è bello raccontarle. Entrare nel cuore del personaggio, diretti con una visione.
Consigli a chi comincia
Che cosa consiglieresti a chi vuole fare l'attore o l'attrice?
Secondo me è importantissimo sentire l'appartenenza a un gruppo, lo scambio con chi ha la tua stessa passione, uscendo dalla dinamica dell'apparenza. Andare, quasi per calamita, a trovare le persone che hanno qualcosa che si accende come in te. Non è detto che il primo gruppo sia quello giusto, puoi iniziare con una cosa e poi andare su un'altra, ma la condivisione è importante. Uno di questi sabati ero a Roma durante le manifestazioni. Non ero in piazza, purtroppo, perché stavo lavorando, ma sentire tutta quella marea di giovani uniti, insieme, contro il sistema, ti fa vibrare qualcosa dentro così forte che non puoi non ascoltarlo. Anche l'arte deve essere una spinta, un'urgenza, anche di ribellione. Per me era un modo per ribellarmi a mio padre, alla scuola, alla provincia, non sapevo nemmeno io a cosa. E grazie a quel gruppo trovi anche le persone che ti illuminano, delle guide.
Perché vedere Un weekend artificiale
Non che ce ne sia bisogno, ma perché andare a vedere Un weekend artificiale?
Perché è un tema attuale ed è importante discuterne, e se ne discute poco. Alla conferenza stampa pensavo ci sarebbe stato molto più scambio sul tema. Per quanto raccontiamo una favola, è comunque un punto di vista: paradossalmente l'umanoide è più umano degli umani. È importante che non solo se ne parli, ma che si avverta una reale urgenza di dialogo. La nostra è una favola semplice, comica, leggera, ma è anche un elogio dell'imperfezione: grazie al nostro Sturm und Drang, alla nostra inquietudine e a tutte le imperfezioni che ne derivano, siamo veramente umani, e bisogna lasciare che tutto sia così.
La macchina, poi, non è soltanto l'intelligenza artificiale.
No, la macchina è anche il mondo che stiamo costruendo noi stessi, in cui è come se fossimo dentro a macchine ad alta velocità che non si possono fermare mai.
Chi si ferma è perduto, come nel film di Totò e Peppino. Ci vorrebbe un elogio della lentezza.
Assolutamente. C'è una scena del film in cui balliamo, e lì è il corpo a parlare per primo. Secondo me il nostro corpo ci dice molto spesso, prima della testa, di che cosa abbiamo bisogno. Dovremmo ascoltarci tanto di più.
Nell'ultimo periodo hai fatto tre film. Un ritorno al cinema?
Sì, ed è bello perché sono tutte commedie, ma fatte artigianalmente. Anche quella di Massimiliano Bruno, Un tranquillo funerale di famiglia: lui voleva far ridere per ridere, e anche quella è un'urgenza.
Se fosse un cocktail
Si chiamerebbe Imperfetto, e andrebbe servito in una coppa con il bordo di sale steso solo a metà, apposta, perché la perfezione la lasciamo alle macchine. Gin secco, vermouth bianco, un goccio di latte di mandorla pugliese per ricordare la terra da cui Giulia Vecchio è partita, e una sola goccia di tintura di peperoncino in omaggio alle ali piccanti di Hot Ones, quelle che fanno cadere la maschera. Si mescola, non si shakera: la fretta è roba da automi. Da bere lentamente, come vorrebbe un elogio della lentezza. E come il cavallo di Kagemusha, che nessun sosia riuscì a ingannare, il palato riconosce subito ciò che è vero.
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