Difesa, Crosetto: «I militari italiani in Arabia non partecipano a operazioni di guerra»

La scelta di trasferire i militari italiani dal Kuwait all’Arabia Saudita, mettendoli in sicurezza in parte in Arabia e in parte in altri Paesi, non è stata una scelta politica, ma tecnica. È quanto ha messo in evidenza il ministro della Difesa Guido Crosetto intervenuto giovedì 8 settembre davanti alle Commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sull’attacco alla base di Ta’if in Arabia Saudita. Il 18 settembre durante un attacco alla base è stato colpito un caccia italiano a terra. «Dobbiamo prendere atto della situazione - ha detto il ministro - . Ma la cosa chiara di tutti questi riposizionamenti è che le truppe italiane non partecipano a nessuna operazione di guerra, non fanno nulla al di là di quello che è il mandato ricevuto dal Parlamento».
Crosetto: «Quella in Arabia non è una nuova missione»
Per Crosetto, dunque, la presenza di militari italiani in Arabia Saudita «non si configura come una nuova missione, ma è conseguenza del riposizionamento di due task force, facendo parte dell’operazione Inherent Resolve, annunciato e discusso in tutte le sedi parlamentari previste. Parliamo - ha spiegato il responsabile della Difesa - di una forza totale di circa 500 militari, suddivisi in una task force air e una task force land, operati in un’area, l’Arabia Saudita, menzionata nella relazione analitica sulle missioni internazionali, scheda numero 4-2026 ed autorizzata come risoluzioni parlamentari». «Le truppe italiane non partecipano ad alcuna operazione di guerra», ha aggiunto.
«L’Arabia Saudita chiede nostro aiuto per difendersi da possibili attacchi»
«Mi si chiede perché in Arabia Saudita - ha continuato - . Innanzitutto perché questa è stata l’opzione ritenuta più opportuna sul piano tecnico-operativo dallo Stato Maggiore della Difesa. In secondo luogo poiché tale Paese partner ha chiesto e continua a chiedere il nostro aiuto per difendersi da possibili attacchi». «È un Paese fondamentale per supportare gli equilibri di pace nel Medio Oriente, e più in generale è uno degli interlocutori con cui abbiamo da tempo avviato forme di supporto e di dialogo - ha ribadito - L’Arabia Saudita è inoltre, nell’area, il maggior produttore di petrolio, fonte energetica a cui sono correlati gli effetti economici sotto gli occhi di tutti. La sicurezza regionale e la pace, del resto, richiedono costante presenza, disponibilità e cooperazione, ma soprattutto impegno nei momenti più difficili». «Questo Paese - ha continuato - continua a chieder aiuto. Mi sto muovendo perché la richiesta venga rivolta all’Europa. Ne ho parlato con la Kallas (l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza nella Commissione von der Leyen. ndr).
«Parlamento sempre coinvolto nella decisione»
Crosetto ha sottolineato in più di un’occasione che «il Parlamento è stato sempre, ripeto sempre, adeguatamente coinvolto nella decisione di riposizionare all’interno del perimetro autorizzativo previsto le capacità esistenti e non più impiegabili dove erano dislocate, e cioè in Iraq e Kuwait. Siamo di fronte alla rimodulazione in capacità militari già compresa nel dispositivo autorizzato - ha continuato Crosetto -, effettuata alla luce dell’evoluzione del quadro di sicurezza regionale ai sensi del cosiddetto “principio di interoperabilità”, introdotto dalla legge 168 del 2024, proprio per garantire la necessaria flessibilità allo strumento militare al mutare del contesto securitario».
«L’Italia contribuisce da sola per il 33% alle missioni Ue»
Il ministro ha posto l’accento sull’impegno italiano nelle missioni europee. «Si accusa spesso questo governo di essere contro una difesa europea comune - ha affermato -, ma ricordo che l’Italia contribuisce da sola per il 33% a tutte le missioni europee: ci vogliono la seconda, la terza e la quarta contributrice europea per eguagliare il nostro contributo in personale, assetti e mezzi». «La Grecia contribuisce con il 14% - ha ricordato Crosetto -, la Spagna con il 10,8%, la Romania con il 9%, la Francia con l’8,2%, l’Austria con il 5,2%, i Paesi Bassi con il 4,3%, la Polonia con il 3,1%, il Portogallo con il 2,6%, il Belgio con l’1,7%, la Germania con l’1,6%, la Slovacchia con l’1,3%, l’Ungheria con l’1%, tutti gli altri Paesi con meno dell’1%».
KioskNews shows a cleaned-up reading view extracted from the publisher’s page — the original always lives on their site, not ours.